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La morte di Ronnie Rondell Jr, lo stuntman che prese fuoco per la copertina di Wish You Were Here dei Pink Floyd

Non era un musicista Ronnie Rondell Jr ma paradossalmente l’immagine dello stuntman è diventata celeberrima grazie alla copertina di uno dei dischi di maggiore successo di sempre, Wish You Were Here dei Pink Floyd.

pubblicato 17 Agosto 2025 aggiornato 18 Agosto 2025 13:24

La copertina di Wish You Were Here, il celebre album dei Pink Floyd del 1975, è una delle immagini più iconiche della storia del rock: due uomini in giacca e cravatta si stringono la mano al centro di un incrocio. Ma uno di loro è circondato da fiamme.

Quell’uomo era Ronnie Rondell Jr, stuntman all’epoca famosissimo, scelto dalla band per creare una delle cover più straordinarie e famose del mondo.

Rondell è scomparso poco prima di Ferragosto in una casa di cura nel Missouri, all’età di 88 anni. Lascia la moglie e un figlio, e una carriera che ha attraversato oltre cinquant’anni di cinema e televisione.

Chi era Ronnie Rondell, l’uomo di Wish You Were Here

Rondell era già un veterano delle scene quando accettò di lavorare con il fotografo Aubrey Powell, scelto personalmente dalla band per realizzare la copertina di quello che sarebbe stato uno dei loro capolavori assoluti.

I Pink Floyd si erano ormai rassegnati all’idea di dover fare a meno di Syd Barrett, perso in una demenza alimentata dal massiccio uso di anfetamine e psicofarmaci, un tunnel dal quale il leggendario fondatore della band, autore di Meddle, Astronomy Domine e di tutti i primi album della band non si sarebbe più ripreso.

In studio i Pink Floyd entrano malvolentieri, senza nemmeno avere in programma l’idea di realizzare un disco con Roger Waters che si era ormai convinto che per la band senza Barrett non ci sarebbe stato un futuro nonostante all’interno della band era ormai entrato stabilmente David Gilmour con cui Waters – come noto – non ebbe mai un rapporto facilissimo. La band aveva incassato il suo più grande successo commerciale con The Dark Side of the Moon. Ma i rapporti all’interno della band erano tutt’altro che tranquilli.

La genesi di Wish You Were Here

Dopo tre settimane di prove il gruppo ha pronti solo due brani: uno di questi è la lunghissima suite strumentale di Shine on your Crazy Diamond, che per la verità era pronta già per il precedente The Dark Side of the Moon e che Waters aveva preferito accantonare.

Il secondo è una lunghissima intro strumentale incisa con la dodici corde da Gilmour, sarà uno dei riff più famosi di sempre della storia contemporanea e diventerà un capolavoro assoluto quando Gilmour ne completerà la struttura consentendo a Roger Waters di scrivere uno dei suoi testi più ispirati di sempre.

Pensando all’amico il bassista dice… “Come vorrei, come vorrei tu fossi qui, siamo le solite anime perse che nuotano in una boccia di pesci. E anno dopo anno, percorrendo lo stesso vecchio suolo riscopriamo ancora le solite vecchie paure”.  

Rondell e uno scatto storico

Ripercorrendo le interviste rilasciate sia da Roger Waters che da David Gilmour, estremamente attenti a ogni dettaglio degli album della band a cominciare dalla copertina e dalle note descrittive, l’idea della copertina di Wish You Were Here nacque da Storm Thorgerson, co-fondatore dello studio grafico Hipgnosis, storico collaboratore dei Pink Floyd.

I due musicisti e Thorgerson si vedono per una cena: e Waters parla del suo amico dicendo… “lo abbiamo perso ma è vivo, anche se è come se la sua testa fosse da un’altra parte e sappiamo che non tornerà mai”.

Thorgerson ne parla con il fotografo Aubrey “Po” Powell che cercava di concretizzare un’immagine che rappresentasse il tema dell’alienazione, argomento centrale nell’album. Fu proprio Thorgerson a proporre la metafora del “contratto faustiano” e dell’ipocrisia nei rapporti umani: due uomini che si stringono la mano, sono eleganti e formali. Ma uno è velatamente sfuggente, mentre l’altro va letteralmente a fuoco.

Wish You Were Here, quindici scatti e una ustione

Il servizio fotografico venne realizzato negli studi della Warner Bros a Los Angeles nel 1975, con lo stuntman Ronnie Rondell Jr. a interpretare l’uomo in fiamme. La scelta di mostrare persone reali in una situazione estrema, anziché un’illustrazione o un concetto astratto, rifletteva la volontà di Hipgnosis di creare copertine che colpissero immediatamente lo sguardo, diventando vere e proprie opere d’arte.

In questo modo, l’idea visionaria di Thorgerson si trasformò in una delle immagini più iconiche non solo della discografia dei Pink Floyd, ma dell’intera storia della musica rock.

Per lo scatto Rondell indossava una tuta ignifuga, una parrucca e uno spesso strato di gel protettivo. Anche se Powell dice che fosse ‘terrorizzato’. L’immagine fu scattata quindici volte: all’ultimo tentativo, il vento cambiò direzione e le fiamme raggiunsero il volto di Rondell, bruciandogli parte dei baffi e un sopracciglio. L’arte gli costò una visita al pronto soccorso e qualche giorno di prognosi per una ustione superficiale. Powell, ricordandolo anni dopo, disse per Rondell “era solo un giorno di lavoro nemmeno più rischioso del solito”.

Ronnie Rondell Jr
La foto di Ronnie Rondell Jr, premiato nel corso dello Stunt Awards di alcuni anni fa – Credits Taurus Stunt Awards (Soundsblog.it)

Una carriera nel fuoco e nell’azione

Nato in California nel 1937, Rondell aveva iniziato come attore negli anni Cinquanta, per poi specializzarsi negli stunt. La sua carriera conta apparizioni in film come Spartacus, Diamonds Are Forever, The Karate Kid, L’Inferno di Cristallo e Arma Letale.

In televisione ha lavorato in serie cult come Charlie’s Angels, Dynasty e persino Baywatch. Memorabile una sua acrobazia nel film Kings of the Sun (1963), dove saltava da un palo in fiamme mentre questo crollava al suolo. Un volo di quasi dieci metri. Rondell cadde con una capriola. Senza un graffio.

Con il tempo divenne anche stunt coordinator, collaborando a produzioni per la saga di Batman, diventando anche insegnante. Tra i tuoi allievi Tom Cruise che da sempre voleva realizzare personalmente le scene più pericolose, senza l’ausilio di alcuna controfigura.

Il suo ultimo ruolo risale al 2003, quando partecipò alla spettacolare scena d’inseguimento automobilistico in Matrix Reloaded. Nel 2004 ricevette un premio alla carriera ai Taurus World Stunt Awards, consacrandolo come leggenda del settore.

Un’eredità familiare e professionale

Ronnie Rondell Jr non fu l’unico della sua famiglia a legarsi al mondo degli stunt. Suo padre, Ronald R. Rondell, era stato attore e assistente alla regia, mentre entrambi i suoi figli seguirono le sue orme. Tragico il destino del primogenito, Reid, morto nel 1985 durante un incidente in elicottero sul set della serie Airwolf.

Nel 1970, insieme ad altri colleghi, fondò Stunts Unlimited, un’organizzazione che divenne punto di riferimento per le nuove generazioni di stuntman. In un messaggio di cordoglio, l’associazione lo ha definito “non solo una leggenda, ma leggendario”.

Il volto nascosto della musica

Paradossalmente, Rondell è diventato immortale per un lavoro che nulla aveva a che vedere con il cinema, ma con la musica. Quella foto dei Pink Floyd, simbolo di alienazione e di rapporti in fiamme, ha reso il suo volto – anche se coperto dalle fiamme – parte della storia del rock. In un’epoca di effetti digitali, Rondell resta il simbolo di un tempo in cui il rischio era reale e l’immagine aveva il peso della verità.

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