
Presentazione: “Hidden” è il secondo disco degli inglesi These New Puritans.
Giudizio complessivo: Gli Horrors insegnano, la nuova tendenza è proporre un secondo album più coraggioso e più sperimentale rispetto al debutto. A guadagnarci siamo sia noi ascoltatori sia le stesse band che aumentano la propria credibilità. I These New Puritans arrivano da un debutto (”Beat Pyramid”, 2008) interessante ma molto acerbo, che non andava molto oltre ad alcuni singoli decisamente azzeccati. Ora si proiettano nel nuovo decennio carichi come non mai e vogliosi di fare le cose in grande. “Hidden” infatti porta la band ad un gradino successivo, la produzione è molto curata e nonostante i punti in comune con “Beat Pyramid” non siano pochi (dopo tutto è il loro sound…solo loro aggiungerei) si ha l’impressione di stare ascoltando qualcosa di nuovo. In linea generale l’album è abbastanza monocorde e tende a ripetere gli stessi stilemi canzone dopo canzone (come il beat di batteria ad aprire le danze). Per farvi capire in che cosa ci si immerge ascoltando questo disco, immaginatevi beat elettronici, suoni tribali, effetti electro/wave e linee vocali vicine all’hip hop piene di ripetizioni (che le fanno somigliare a dei veri e propri slogan), alternate a cori spettrali. Interessante anche “Hologram”, che si differenzia dal mood generale dell’album. Si macina di tutto (nel singolo c’è pure qualcosa di dancehall) in una forma completamente nuova che può non piacere, lasciare interdetti o annoiare ma questo non toglie nulla ad un album più che riuscito.
Lista tracce - Voto:
Time Xone - s.v.
We Want War - 8
Three Thousand - 7
Hologram - 8
Attack Music - 7
Fire-Power - 7
Continua a leggere: These New Puritans: con "Hidden" si nascondono dietro ai beat

Presentazione: “Axe to Fall” è il settimo album in studio dei Converge, probabilmente il più grande gruppo metalcore degli ultimi dieci anni (o di sempre?).
Giudizio complessivo: Violento, estremo, implacabile, potente, micidiale, senza tregua e senza scampo, questo è “Axe to Fall”. Oddio, lo erano anche i lavori precedenti (”Jane Doe” probabilmente rimane e rimarrà sempre il loro grande capolavoro), ma qui tutto sembra essere al posto giusto. Tutto il miglior metalcore passa attraverso “Axe to Fall”, che lo trita e lo stravolge in una forma esplosiva e personale. Non mancano alcune interessanti novità: alcuni brani (”Worms Will Feed” è al limite del post/sludge) presentano un ritmo più catartico rispetto al Converge-Standard, altri invece suonano più tipicamente “metal”. Le ultime due tracce poi (”Cruel Bloom” e “Wretched World”) sono due rarità nel repertorio dei Converge, il primo risente in positivo della presenza di Steve Von Till (Neurosis) e dei suoi lavori solisti all’insegna di un folk rock tetro, il secondo invece è qualcosa di completamente indefinibile (ma proprio per questo affascinante). “Axe to Fall” è un’album con molte sfumature e che presenta grande varietà di soluzioni e di atmosfere, amalgamate nel migliore dei modi. L’album è in streaming sul MySpace del gruppo.
Lista tracce - Voto:
Dark Horse - 8
Reap What You Sow - 8
Axe To Fall - 8
Effigy - 7
Worms Will Feed - 7
Wishing Well - 7
Damages - 8 (Miglior Traccia)
Continua a leggere: Converge: con "Axe to Fall" si riconfermano i migliori (nel loro genere)

Presentazione: Abbath (voce, chitarra, tastiere), Horgh (batteria) e la nuova entrata Apollyon (basso) dimostrano a tutti gli scettici che quella creatura infernale dal nome Immortal è ancora viva e vegeta pubblicando, dopo sette anni di distanza, un nuovo act dal titolo All Shall Fall!
Giudizio complessivo: ritornati dopo uno scioglimento dettato più dagli impegni personali che da litigi o altro, gli Immortal hanno deciso di “dare alla luce” il loro ottavo studio album che, come andremo a vedere, è una piccola “perla malvagia” che riporta i nostri agli onori delle cronache metallare. Nelle sette traccie che compongono All Shall Fall (ri)troviamo tutto quello che ci si può aspettare da un album degli Immortal ma, e le orecchie “ben allenate” lo noteranno subito, nel nuovo act dei nostri c’è qualcosa di diverso e molto più profondo. Non equivocateci, la componente black è sempre elevatissima (basta sentire la tostissima “Hordes To War” per rendersene conto) ma, come i fan ben sapranno, i nostri negli anni hanno dimostrato di saper inserire all’interno delle loro composizioni varie sfumature ed accenti che hanno strizzato l’occhio a molti “mostri sacri” del genere (Bathory in primis), riuscendo sempre a non snaturare mai il loro modo di suonare.
Continua a leggere: Immortal: Abbath e soci tornarno con il nuovo All Shall Fall

Presentazione: “Embryonic” è l’atteso dodicesimo album dei Flaming Lips che arriva a tre anni di distanza da “At War With the Mystics”.
Giudizio complessivo: Questa proprio non me l’aspettavo. I Flaming Lips con “Embryonic” hanno realizzato quello che forse è l’album più “difficile” (assieme a “Zaireeka”, ma per motivi diversi) della loro lunga e gloriosa carriera. Dimenticatevi tutte le affinità con il mondo del pop (ovviamente sempre in salsa psichedelica), presenti nelle ultime prove (comunque decisamente positive) della band americana, dimenticatevi anche brani orecchiabili come “Do You Realize??” o il loro classico dei classici “She Don’t Use Jelly“. In “Embryonic” non sono rari i momenti in qui ci si chiede “ma sono veramente i Flaming Lips?” La psichedelia più classica ovviamente c’è tutta (e questa volta veramente tosta), ma ci sono anche forti dosi di kraut rock e di acid-rock. Album sperimentale e vicino a certi lavori d’avanguardia… capolavoro o passo più lungo della gamba? Solo il tempo potrà dircelo, ma al momento l’impressione è che la prima ipotesi sia la più realistica. In pochi nella storia della musica, dopo tanti anni di carriera sono riusciti a tirare fuori qualcosa di nuovo ed interessante come hanno fatto i Flaming Lips di “Embryonic”. Scusate se è poco…
Lista tracce - Voto:
Convinced Of The Hex - 8
The Sparrow Looks Up At The Machine - 8
Evil - 8
Aquarius Sabotage - 8
See The Leaves - 7
If - 6 (Peggior Traccia)
Gemini Syringes - 8
Your Bats - 6
Powerless - 7
Continua a leggere: The Flaming Lips: con "Embryonic" sorprendono (ancora e nel modo migliore)

Presentazione: “In This Light And On This Evening” è il terzo disco degli inglesi Editors. Alle spalle due ottimi album: “The Back Room” (2005) e “An End Has a Start” (2007)
Giudizio complessivo: L’impatto con l’album è subito molto positivo, la title-track apre nel migliore dei modi con la sua atmosfera sinistra e oscura che ti entra dentro e non ti lascia più. “Bricks And Mortar” (ritornello deboluccio) e il singolo “Papillon” sono due brani scanditi da una batteria pulsante e da un synth imponente quanto gelido e decadente. In “You Don’t Know Love” siamo in pieno territorio new wave. Molto bello l’intro di “The Big Exit” in cui sembra veramente di tornare indietro di 30 anni (anche in questo caso il ritornello poteva essere migliore). Devo ancora invece ben inquadrare “Eat Raw Meat = Blood Drool” con il suo chorus decisamente ammiccante (troppo?). In tutto l’album si respira un’aria 100% anni ‘80, quindi chi criticava i dischi precedenti perchè molto derivativi (lo sono, ma sono anche gran bei dischi), qui criticherà due volte tanto. I Joy Division rimangono un punto fermo nell’influenza della band e questa volta sono i brani più “marziali” della band di Ian Curtis ad avere ispirato maggiormente gli Editors. In definitiva “In This Light and on This Evening” è un’album diverso: migliore o peggiore dei primi due è difficile dirlo ora, ma è comunque un lavoro interessante, incentrato maggiormente sulla cura del suono che sulla creazione di grandi melodie. Sicuramente potevano fare di più, qualcuno si accontenterà, altri meno. Dividerà.
Lista tracce - Voto:
In This Light And On This Evening - 8 (Miglior Traccia)
Bricks and Mortar - 7
Papillon - 7
You Don’t Know Love - 6
The Big Exit - 7
Continua a leggere: Editors: "In This Light And On This Evening", svolta synth

Presentazione: “A Sangue Freddo” è l’atteso nuovo album dei Il Teatro Degli Orrori, che arriva a due anni dal clamoroso debutto “Dell’Impero Delle Tenebre”, che per quanto mi riguarda è uno dei migliori album italiani degli ultimi dieci anni.
Giudizio complessivo: Bastano pochi minuti per cacciare gli spettri del “difficile secondo album”, infatti ci si rende subito conto di essere davanti ad un lavoro veramente all’altezza. “A Sangue Freddo” è un’album in cui si parla di tematiche sociali, di religione e anche d’amore con un linguaggio decisamente originale, attraverso sferzate rabbiose allungate con un filo di cininca ironia. Le metriche poi sono sempre molto particolari, decostruite e legate, se vogliamo, ad un certo modo “hardcore” di intendere la melodia. Pierpaolo Capovilla è sempre più padrone del microfono, buttando enfasi sulle parole, riuscendo nell’impresa di rendere linee a-melodiche in qualcosa di orecchiabile. All’interno di “A Sangue Freddo” c’è spazio anche per un brano vagamente “wave” (”Direzioni Diverse”, in collaborazione con i Bloody Beetroots) e per tre citazioni importanti: del “Padre Nostro” (memorabile il passaggio “non mi indurre in tentazione ma… liberami dal male”) nell’omonima traccia, de “Il ragazzo della via gluk” nell’esplosiva “Alt!” e dell “All’amato me stesso” di Majakovskij in “Majakovskij”. Chiudono i quasi 11 minuti di “Die Zeit” e il suo liturgico “tu non mi ami più… ed io nemmeno”. Forse manca la ballad-capolavoro alla “La canzone di Tom“, ma siamo di fronte comunque ad un disco totalmente riuscito. E’ grande musica quella che attraversa Il Teatro Degli Orrori. “A Sangue Freddo” è ascoltabile interamente in streaming su Rockit, ma uscirà il 31 Ottobre.
Lista tracce - Voto:
Io Ti Aspetto - 7
Due - 7
A Sangue Freddo - 7
Mai Dire Mai - 8 (Miglior Traccia)
Direzioni Diverse - 7
Il Terzo Mondo - 7
Continua a leggere: Il Teatro Degli Orrori: "A Sangue Freddo" è un grande secondo album

Presentazione: Ecco l’atteso (almeno per quanto riguarda un target ben preciso) nuovo album dei Tokio Hotel: “Humanoid”
Giudizio complessivo: Forse sarebbe stato più facile trarre le conclusioni prima ancora di aver ascoltato l’album. Invece no, una chance l’ho voluta dare e ho cercato di ascoltare attentamente questo “Humanoid” (versione inglese), provando a mettere da parte tutti i pregiudizi (oggettivi) del caso e sperando in un miglioramento sotto ogni punto di vista. Purtroppo la fiducia non è stata ripagata. Oddio, bisogna ammettere che in alcuni brani è presente un deciso cambiamento sonoro, ma in che direzione? da un territorio “teen” ad un altro territorio “teen”. Il suono si fa più internazionale, giocando con qualche dose di elettronica (alla “ultimi” Good Charlotte per intenderci) e con qualche banale (ma quasi decente) melodia pop-rock che possa funzionare anche nel mercato USA (”World Behind My Wall” e “Forever Now”). Ai fan rispettivamente di New Order e Depeche Mode sconsiglio caldamente l’ascolto dell’accoppiata “Dogs Unleashed“/”Human Connect to Human“, per evitare forti traumi. In “Hey You” poi c’è una certa somiglianza con “I Love Rock&Roll” decisamente poco velata. I Tokio Hotel avevano l’occasione di scrollarsi di dosso un bel po’ di macigni e di acquistare di credibilità. Invece no, nulla di tutto ciò è accaduto, neanche oggi che i quattro tedeschi sono tutti over-20 e allora ci si chiede “che futuro può avere un gruppo di questo tipo?”. La risposta, per fortuna, è già scritta nelle pagine passate della storia della musica. Poi per carità, ognuno è libero di ascoltare ciò che preferisce… ma qui siamo di fronte ad una band (come ce ne sono tante, sia chiaro) la cui fama trascende completamente dal lato musicale, semplicemente perchè il lato musicale è praticamente impalpabile.
Lista tracce - Voto:
Noise - 3
Dark Side Of The Sun - 3
Automatic - 2
World Behind My Wall - 5 (Miglior Traccia)
Humanoid - 2
Forever Now - 4
Continua a leggere: Tokio Hotel: “Humanoid” è terribile, ma piacerà

Presentazione: Dopo quattordici anni dall’ultimo album in studio e dopo aver scritto pagine importanti della storia della musica, gli Alice In Chains tornano con un disco molto chiacchierato.
Giudizio complessivo: Si può recensire “Black Gives Way To Blue” senza fare riferimento al fatto che continuare l’avventura con gli Alice In Chains senza Layne Staley sia a dir poco scandaloso? Forse no, ma ci proviamo lo stesso. Il nuovo singer William DuVall, pur avendo un centesimo del carisma, si impegna veramente tanto nell’ imitazione (perchè di questo si tratta) di Layne e bisogna ammettere che in alcuni passaggi si fa fatica a trovare qualche differenza. Sul lato prettamente musicale Jerry Cantrell ci mette del suo come sempre, i riff e le atmosfere che riesce a creare sono riconoscibili fin da subito (il tutto opportunamente modernizzato). Quello che manca però sono le canzoni: i testi prima di tutto non sono all’altezza del passato e poi si ha la sensazione di stare ascoltando qualcosa che suona in un certo modo esclusivamente perchè deve suonare in quel determinato modo, senza avere realmente qualcosa di interessante e/o originale da proporre. Alcuni brani che spiccano ci sono, come ad esempio “Check My Brain” trainato da un riff memorabile (il ritornello forse troppo “solare”), “Acid Bubble” e l’acustica “When The Sun Rose Again”. Rimane comunque una discreta rivisitazione (piuttosto piacevole, se vogliamo) di un genere di cui oggi onestamente si sente la mancanza, almeno a livello mainstream. Come si dice in questi casi… “poteva andare molto peggio”.
Lista tracce - Voto:
All Secrets Known - 6
Check My Brain - 7
Last Of My Kind - 6
Your Decision - 7
A Looking In View - 7
When The Sun Rose Again - 8 (Miglior Traccia)
Continua a leggere: Alice In Chains: "Black Gives Way To Blue", l'album senza Layne

Presentazione: Con “The Incident” i Porcupine Tree arrivano a quota dieci per quanto riguarda gli album in studio (ovviamente escludendo l’infinità di uscite minori, dischi solisti e collaborazioni).
Giudizio complessivo: Recensire un disco dei Porcupine Tree non è facile: bisogna da un lato tenere conto del loro glorioso passato e del loro indubbio talento e dall’altro cercare di valutare il risultato finale in un’ottica più generale. “The Incident” in un’ipotetica sfida contro uno dei loro capolavori (ne hanno fatti veramente tanti, ne prendo uno a caso… “In Absentia”) probabilmente ne uscirebbe perdente, ma se invece valutiamo il lavoro di Steven Wilson e compagni mettendo da parte confronti scomodi (quanto fini a se stessi), non si può negare di essere ancora una volta di fronte ad un grande album. Inoltre, a livello strettamente musicale “The Incident”, presenta alcune nuove sfumature (perchè questo sono, visto il genere ben consolidato) e alcune atmosfere inedite per la band. Interessante anche la struttura dell’album, suddiviso in due, la prima parte è formata da “The Incident”, una canzone lunga 55 minuti (ma che in realtà si divide in 14 episodi ognuno con le sue peculiarità), mentre la seconda parte è formata da altri quattro brani distinti. In sintesi, non possiamo parlare di “incidente” di percorso per i Porcupine Tree… anzi, ma va ricordato che meno di dodici mesi fa Steven Wilson ci regalò un disco solista superiore a quest’ultima prova del suo gruppo.
Lista tracce - Voto:
The Incident (media voto fra le 14 canzoni) - 7
Flicker - 7
Bonnie the Cat - 7
Continua a leggere: Porcupine Tree: "The Incident" conferma la bravura della band

Presentazione: “Backspacer” è il nono album in studio dei Pearl Jam. Hanno ancora qualcosa da dire o anche per loro è arrivato il momento di mettere le idee da parte e suonare di “mestiere”?
Giudizio complessivo: Dopo il debutto (e capolavoro) “Ten”, i Pearl Jam hanno iniziato una lunga e lenta evoluzione verso quello che sono oggi: una un rock senza fronzoli che strizza l’occhio alla tradizione americana. “Backspacer” non è sicuramente uno di quei dischi destinati a rimanere nella storia, ma sinceramente, chi è che si aspettava un masterpiece dopo quasi vent’anni di grande carriera? “Backspacer” è esattamente quello che doveva essere: un album di onesto rock, un album che scivola via senza problemi (anche se qualche passaggio “skippabile” c’è, vedi “Johnny Guitar”) e che regala poco più di mezzora di buona musica. Chi si è (giustamente) allarmato dopo aver ascoltato “The Fixer”, non rimarrà deluso dal resto dell’album che si divide fra brani più tirati (l’opener “Gonna See My Friend”), classici pezzi alla Pearl Jam e due ballads acustiche che mettono in evidenza la grande voce di Eddie Vedder: “Just Breathe” (molto bella) che sembra uscita da Into The Wild e “The End”, che se mai dovesse essere “la fine” (si spera di no, ovviamente) della band di Seattle, chiuderebbe la carriera nel migliore dei modi.
Lista tracce - Voto:
Gonna See My Friend - 7
Got Some - 7
The Fixer - 6
Johnny Guitar - 5 (Peggior Traccia)
Just Breathe - 7
Amongst The Waves - 7
Continua a leggere: Pearl Jam: "Backspacer", poco più di mezz'ora di buon rock