
Successo e Sold Out per una emozionata ma convincente Laura Pausini alla Royal Albert Hall di Londra nella data inglese. Era la prima volta per la cantante italiana l’esibizione nel tempio della musica europea. Inoltre, sabato 26 maggio, tornerà in Italia sarà tra gli ospiti del Wind Music Awards 2012 che si terranno a Verona.
Nuovo singolo in arrivo per Nicki Minaj. Si vocifera che la rapper possa aver scelto come prossimo singolo “Pound the alarm”, prodotto da RedOne. Sul web circolerebbe già la radio version del pezzo che dovrebbe essere rilasciato il prossimo 9 luglio. Che ne pensate di questo brano come prossimo estratto da “Pink Friday: Roman Reloaded?”
Celine Dion Italia ha lanciato la breaking news: il nuovo album in inglese della cantante uscirà a novembre 2012. Ancora non si sanno dettagli ulteriori sul progetto ma non ci resta che attendere qualche anticipazione nei prossimi mesi…

Korn - The Path of Totality : c’era una volta il nu metal, evoluzione del crossover secondo molti nata con il debutto dei Korn e morta con l’arrivo di band completamente MTV-oriented. C’era una volta la dubstep, evoluzione di alcuni generi di musica elettronica (2-step, dub e d&b) nata con Burial, Kode 9 o Vex’d e morta (possiamo dirlo?) con lo sputtanamento pop in UK e la tamarraggine USA di Skrillex. Dall’idea di unire questi due mondi (o di rimanere a galla visto il un successo sempre calante…) è nato questo “The Path of Totality”, decimo album in studio (dei quali quelli post-”Untouchables” sono decisamente trascurabili) della band di Jonathan Davis. Come suona? Esattamente come era lecito aspettarsi: le chitarre vengono nascoste dai wub bass e dalle ritmiche spezzate tipiche del brostep ma per il resto sono sempre i soliti Korn: che ad aiutarli sia l’ex From First to Last (…), i Noisia o Excision and Downlink il gioco è più o meno sempre quello. Un paio di tracce (singolo compreso), sicuramente paraculo ma perlomeno riuscite, non bastano a salvare un disco come “The Path of Totality”, estremo tentativo di una band che da una decina di anni non sapeva più da che parte sbattere la testa. Gli anni passano ma il target dei Korn rimane sempre quello: 12-20… (z.) Voto: 4/5
Black Keys - El Camino: il primissimo ricordo che ho dei Black Keys è una loro ospitata al Conan O’Brian per presentare il brano “10 A.M. Automatic”. All’epoca mi sembravano una sorta di White Stripes tutta al maschile, più talentuosa e innamorata di Hendrix. Da allora sono passati sette anni in cui la band di Dan Auerbach e Patrick Carney è riuscita a mantenersi, con una costanza invidiabile, su buoni livelli fino ad arrivare al definitivo successo di massa (in USA sopratutto) con “Brothers” dello scorso anno. Oggi i Black Keys sono letteralmente sul tetto del mondo e c’era il rischio di ritrovarli in una versione iper-annacquata. Ma i due di Akron non puntano di certo al mondo glitterato del music business e in questo “El Camino”… continuano il loro cammino senza cedere alle tentazioni (certo le canzoni risultano più quadtrate e accessibili rispetto agli esordi ma è questione di maturazione) e propongono il loro trascinante garage/blues-rock nel migliore dei modi. Pochissimi gli attimi di respiro (giusto la prima parte di “Little Black Submarines” e il suo ricordare melodie di classici anni ‘70) lungo i quaranta minuti di musica scarsi prodotti con l’aiuto di Danger Mouse. Con “Wasting Light” dei Foo Fighters, il miglior album di diretto rock senza fronzoli dell’anno. (z.) Voto: 7
Ultimo Attuale Corpo Sonoro - Io Ricordo Con Rabbia : due anni fa, ai tempi del debutto “Memorie e violenze di Sant’Isabella”, siamo stati tra i primi a parlare degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro. Un esordio fragoroso che trova il perfetto seguito in “Io Ricordo Con Rabbia”. Uscito per la Manzanilla, il secondo capitolo dei veronesi UACS, riparte da dove si erano fermati: più che sperimentare nuove soluzioni hanno affinato il loro stile scaricando nuovamente la propria rabbia viscerale e colta in testi che sanno di narrazione, di poesia (richiami ai Massimo Volume) e di lezioni di storia italiana e non (richiami agli Offlaga Disco Pax), recitati con una enfasi e teatralità difficili da trovare altrove (forse solo in alcuni spoken di Capovilla)… e poi c’è la musica, quell’ epic post-rock di scuola GY!BE che quando non viene relegato a semplice contorno è in grado di regalare forti emozioni, come nell’esplosione di “11 09 1973″. Grande conferma. (z.) Voto: 7
Continua a leggere: Uscite discografiche Dicembre 2011: recensioni

Tiziano Ferro - L’Amore è Una Cosa Semplice: A tre anni di distanza dal clamoroso successo di “Alla Mia Età” (ultimo album in ordine di tempo a superare le 600.000 copie vendute in Italia), torna Tiziano Ferro con “L’Amore è Una Cosa Semplice”. Troviamo riuscita black music mellifua in “Hai delle Isole negli Occhi”, tradizione ed enfasi nella titletrack (dove iniziano ad emergere sensazioni di “già sentito”) e qualche pizzico di modernità per rimanere a passo con i tempi nel singolo “La Differenza tra Me e Te” e in “La Fine” scritta con Nesli (uno dei passaggi migliori del disco). Tiziano Ferro questa volta, contrariamente al “recente” passato, convince forse di più quando va a ripescare sonorità r&b (”Interludio: 10.000 scuse”), rispetto a quando ricerca a tutti i costi la canzone da cantare in coro (”Smeraldo”) o la ballad piena di sentimento (”L’Ultima Notte al Mondo”). Dopo sette tracce in cui Tiziano Ferro fa (bene, ma non meglio di altre volte) il Tiziano Ferro, arrivano l’iper obsoleta “Paura non Ho”, l’inutile bossanova di “TMV” e l’incravattato swing di “Quiero Vivir con Vos” a variare il tema. Se in “Ma so Proteggerti” ci sarebbe stato bene un duetto con Giorgia, nella conclusiva “Karma” arriva John Legend a dare il tocco internazionale. C’è chi parla di ulteriore maturazione, di punto d’arrivo e quant’altro… personalmente penso invece che “L’Amore è una Cosa Semplice” rappresenti un piccolo passo indietro all’interno di una carriera in crescita fino a ieri. Il Ferro del 2011, pur rimanendo un punto di riferimento all’interno del mainstream italiano, sembra ormai un cantante incanalato verso una direzione sempre più priva di sorprese. (z.) Voto: 5+
Kate Bush - 50 Words for Snow : torna Kate Bush con un disco inediti dopo il buon “Aerial” risalente ormai a sei anni fa. Sedetevi, anzi sdraiatevi e lasciate passare solo un filo di luce dalla finestra di camera. Bisogna essere privi di ogni tipo di stress, per “50 Words for Snow” ci vuole tempo, calma e pazienza. Sette brani che spaziano dai quasi sette minuti di “Among Angels” agli oltre tredici minuti di “Misty”. Presenti Andy Fairweather Low, Stephen Fry e Elton John (nel duetto di “Snowed In At Wheeler Street”). Destrutturazione del pop lungo ambienti dilatati: in un anno in cui le sue discepole si sono date battaglia a colpi di ottimi dischi, la maestra ci mette del suo e con grande coraggio alza ancora una volta il livello del concetto di art pop. L’unico album del 2011 a tema “invernale” che vale la pena acquistare. (z.) Voto: 7,5
Nickelback - Here and Now : I Nickelback passeranno alla storia… ma come uno dei più grandi bluff musicali di sempre. Sono anni e anni che continuano a vendere milioni di copie (soprattutto nel Nord America) con il loro pseudo-rock che alterna ballate ruffiane a riff potenti quanto banali, senza mai pagare dazio. Ma è risaputo che nel music business meritocrazia e giustizia non esistono. Se nel singolo di lancio, “When We Stand Together”, seppur nel modo più pacchiano possibile, troviamo una band per certi versi rinnovata, nel resto di “Here and Now” non si esce praticamente mai dai rodati stereotipi della band. Brani più tirati e iper-tamarri (”This Means War”, “Midnight Queen” o “Kiss It Goodbyw”) fanno da contorno al pop-rock melodico che ha fatto la fortuna della band canadese (”Lullaby”, “Trying Not To Love You” o “Don’t Ever Let It End”). Creatività ai minimi storici per l’ennesimo dozzinale album dei Nickelback. (z.) Voto: 4
Continua a leggere: Uscite discografiche Novembre 2011: recensioni (2° parte)

Florence and The Machine - Ceremonials : nei primissimi tempi e soprattutto fuori dall’Inghilterra, Florence Welch sembrava l’ennesima artista di talento destinata però ad un pubblico midstream (vedi Bat For Lashes). Poi però, settimana dopo settimana, il fenomeno Florence and The Machine ha raggiunto le masse internazionali (da noi, ahimè, grazie soprattutto ad una “You’ve Got the Love” buona anche per le discoteche) fino a vendere più di 2,5 milioni di copie. Il compito era quello di ripetere quanto fatto con l’esordio senza “sputtanarsi”. Se sul primo punto ci sono delle incognite, sul secondo possiamo tranquillamente affermare che il progetto è ancora ben saldo sui principi dell’onestà e credibilità. I singoli “What the Water Gave Me” e “Shake It Out” sono due esempi di ottimo pop, ma in tutto il disco si alternano con grande sapienza smussate influenze soul-pop (Adele?), tribal-goth (ma non così Siouxsie quanto una Zola Jesus) e art-pop anni ‘80 (da Kate Bush fino a Annie Lennox). Probabilmente la loro proposta musicale ha caratteristiche intrinseche che alla lunga stancano e non ci sono potenziali hit in grado di far fare a Florence e compagni il botto definitivo, ma tutto il resto è lodevole. (z.) Voto: 6/7
Atlas Sound - Parallax : Bradford James Cox è un personaggio unico… e lo è sotto tutti i punti di vista. Affetto dalla Sindrome di Marfan, Bradford è uno degli artisti più importanti degli ultimi anni, come dimostrano i dischi pubblicati in compagnia dei Deerhunter (vedi “Halcyon Digest” dello scorso anno) e “Logos”, l’album di debutto a nome Atlas Sound, uscito due anni fa. Come quando vai a vedere un film che aspetti da mesi dopo aver visto un trailer epocale (ogni riferimento a Tree Of Life è puramente casuale), quella che ho riscontrato durante i ripetuti ascolti di “Parallax” è una sensazione di micro-delusione, non tanto per la qualità del lavoro (decisamente elevata) quanto le aspettative, evidentemente troppo alte, che mi ero fatto. Il talento cristallino di Bradford traspare da ogni singolo suono e da ogni singola scelta compositiva… c’è veramente poco da rimproverare… manca solo parte della componente melodica che caratterizza la band principale. (z.) Voto: 7+
Rihanna - Talk That Talk : Probabilmente per non stare troppo lontana dalle scene (e di evitare quanto già successo con “Rated R”, che uscì a due anni di distanza dal boom di “Good Girl Gone Bad”) a soli dodici mesi da “Loud” torna con un nuovo disco: “Talk That Talk”. Un disco che in undici tracce (nella deluxe ci sarà anche un campionamento dei Metallica in “Red Lipstick”…) cerca di fare il punto su quanto Rihanna, o meglio il team di Rihanna, ha proposto nella sua breve e intensa carriera. Si parte con la moscia e inconcludente “You da One”, per poi passare ai ritmi in cassa dritta nell’electro-house annacquata di “Where Have You Been” e alla Rihanna di cinque anni fa della title track. Nella parte centrale arrivano la mellifua “We All Want Love” e la successiva “Drunk On Love” (salvata dall’aiuto dei The XX), che con la disney-ballad finale “Farewell” completano il trittico delle pseudo-ballads. Se la coppia “Roc Me Out” e “Watch n’ Learn” ha il sapore di b-sides o di demo rielaborate all’ultimo, l’unico segnale leggeremente coraggioso arriva dalla M.I.A-iana “Cockiness (Love It)”. (z.) Voto: 4+
Continua a leggere: Uscite discografiche Novembre 2011: recensioni (1° parte)

Coldplay - Mylo Xyloto : senza girarci troppo attorno, tra i gruppi usciti negli anni zero, i Coldplay sono quelli che hanno avuto il maggior successo. Fecero innamorare (quasi) tutti con l’ottimo debutto “Parachutes” e conquistarono definitivamente la massa con il buon “A Rush of Blood to the Head”… poi arrivò “X&Y” e qualcuno iniziò a storcere il naso. Ci pensò “Viva la Vida or Death and All His Friends” a far rialzare le quotazioni. Un pop-rock il loro che dai suoni scarni post-brit dei primi tempi, si è con gli anni evoluto (snaturato?) diventando sempre più pomposo e charts-friendly. Un’evoluzione chiara e marcata che dona a “Mylo Xyloto” caratteristiche per certi versi uniche. Idealmente si riparte da “Viva la Vida” e dai suoni che hanno ulteriormente ampliato il bacino di utenza, estremizzando però il tutto e andando così a delineare un leit motiv ben preciso: synth, maggiore predisposizioni per ritmi up-tempo (che sembrano essere fatti apposta per essere remixati in versione truzza), linee melodiche che inseguono il “motivetto” strumentale con il pilota automatico e cori da stadio a non finire (che, diciamocelo, sono insopportabili). Escludendo la riuscita “Charlie Brown”, nelle rare occasioni in cui si esce da questi schemi, l’ombra degli U2 fa nuovamente capolino (”Major Minus”). Aggiungiamoci un’immagine totalmente reinventata (colori ovunque) e tutto torna… i Coldplay hanno fatto il primo grande passo falso della loro carriera. (z.) Voto: 5,5
Tom Waits - Bad As Me : Tom Waits è una garanzia: in quasi 40 anni di carriera non ha praticamente mai fallito e per contare i suoi album-capolavoro non bastano le dita di una mano… ma in pochi probabilmente si sarebbero aspettati nel 2011 un disco di questo livello. Vero, nulla di veramente nuovo per il buon vecchio Tom, ma la qualità di scrittura e un interpretazione intensa come poche altre volte, rendono “Bad As Me” un lavoro di pregevole fattura. Che siano drunked-boogie (”Get Lost”), atmosfere noir-jazz/blues da film di David Lynch (”Talking at the Same Time”, “Kiss Me”), momenti marziali (”Hell Broke Luce”) o semplicemente buone “canzoni di una volta” stravolte dal marciume vocale di Tom (”Back In The Crowd”, “New Year’s Eve”), “Bad As Me” è quanto di meglio si possa chiedere a musica che non sia necessariamente “innovativa”.(z.) Voto: 7/8
Lou Reed & Metallica - Lulu : Lou Reed e Metallica insieme?? Il rischio era chiaro fin da subito… unire due mondi (che non hanno certo bisogno di presentazioni) così opposti è una cosa riesce una volta su cento. Le impressioni negative sul brano apripista “The View” erano giuste… purtroppo tutto “Lulu” è un disastro. Viene proprio difficile capire se siano davvero convinti di questo lavoro o se si stiano solamente divertendo alle nostre spalle… quasi 90 minuti di musica in cui, escludendo alcuni passaggi più riflessivi (la conclusiva e interminabile “Junior Dad”), si assiste inermi all’unione di riff thrash (i ‘tallica sono bravi a trovare micro varianti di quanto già proposto in passato) e spoken word di Lou Reed alternato alle solite melodie di James Hetfield. L’idea di base poteva essere anche interessante (anche se non troppo distante da certe cose di marchio Henry Rollins), ma è il risultato finale che non lascia scampi. Anche a livello di produzione, i volumi sembrano essere messi senza ritegno, così come i “tempi” e gli incastri vocali. Oggi “Lulu” suona come un grande “epic fail” ma chissà se tra 20 anni, per qualche oscuro motivo, verrà rivalutato… (z.) Voto: 3/4
Continua a leggere: Uscite discografiche Ottobre 2011: recensioni (3° parte)

Björk - Biophilia : dove era finita Björk?? Dopo il discreto “Medulla” (2004) e il deludente “Volta” (2007) avevamo un po’ perso le tracce della piccola islandese. Quattro anni dopo esce con “Biophilia”, un mega progetto/applicazione multimediale di cui valuteremo la sola componente musicale. Qui si torna alle sofisticherie art di “Vespertine” e a brani (dieci in tutto) organici e multisfaccettati che in tre occasioni, “Crystalline”, “Mutual Core” (forse l’episodio migliore) e “Sacrifice”, nel finale sfociano in territori vicini alla drill&bass (Aphex Twin) e breakcore di vecchia scuola. In alcuni passaggi si rischia lo sbadiglio se non si è nel giusto mood per ascoltare l’album e siamo comunque lontani dai fasti anni ‘90, ma sicuramente “Biophilia” è un disco (seppur un pelo sorpassato) in cui finalmente ritroviamo la Björk che abbiamo sempre apprezzato. (z.) Voto: 7
Dente - Io Tra di Noi : storie che si ripetono da decenni nella discografia: gavetta iniziale, esplosione mediatica definitiva senza snaturarsi (”L’Amore Non è Bello“) e la successiva necessità di fare il bis e confermare quanto dimostrato. Se per qualche tempo ha condiviso con il personaggio qui sotto (Bugo) l’etichetta del “nuovo Battisti”… dopo “Io Tra di Noi” rimangono ancora dubbi su questa qualifica. Le novità rispetto al predecessore ci sono ma bisogna proprio andarle a cercare con la lente di ingrandimento, rimangono piuttosto le canzoni: ancora una volta l’album si presenta come un’ottima raccolta di brani che scivolano via piacevolmente, tra leggerezza estrema (”mi sento che non peso quasi più”, contrapposizione tra testo e significato) e piccoli affreschi di contemporanea quotidianità. Si parla spesso d’amore anche qui e in un modo non del tutto dissimile da quanto da lui proposto in precedenza, ma, fortunatamente, sempre lontano dalle regole del pop melodico all’italiana. Non una svolta, non una pietra miliare, ma sicuramente un disco che consolida la posizione e la figura di Dente all’interno del panorama nazionale. Probabilmente non succederà mai, ma se e quando lo vedremo a Sanremo sarà già troppo tardi. (z.) Voto: 6/7
Feist - Metals : il rischio era tanto… dover dare un seguito al fortunatissimo “The Reminder” (trainato dalla filastrocca “1234″ oltre il milione e mezzo di copie vendute) era forse un compito troppo grande per Feist. Così si è presa quattro anni prima di tornare con un nuovo lavoro. Si intitola “Metals” ed è una grande prova di coraggio: non c’è minimamente traccia di velleità commerciali. I brani si snodano sinuosi, languidi e delicati richiedendo parecchi ascolti per essere assimilati: tutto si muove attorno ad una grande eleganza ed uno stile unico, tra atmosfere soffuse (”Anti-Pioneer”), folk (”Cicadas & Gulls”) e inflessioni soul/blues (”How Come You Never Go There”). St.Vincent, Laura Marling, Björk, Zola Jesus, Feist… periodo d’oro per il gentil sesso (ok, se dico Girls mi linciate…). (z.) Voto: 7
Continua a leggere: Uscite discografiche Ottobre 2011: recensioni (2° parte)

M83 - Hurry Up, We’re Dreaming : tornano i francesi M83 a tre anni di distanza dall’album della consacrazione definitiva: “Saturdays = Youth”. Viste le premesse era lecito aspettarsi un comeback poco ordinario… ed infatti “Hurry Up, We’re Dreaming” non difetta certo di ambizione: doppio LP per un totale di 22 brani (comprese alcune “pause” strumentali). Partendo dal classico dream pop/gaze con synth al posto delle chitarre, Anthony Gonzalez sempre più sicuro di sè, maneggia (in qualche occasione con fin troppa convinzione) tentazioni da pista (”Steve McQueen”), atmosfere chillwave (”Midnight City”, “Claudia Lewis”), esplosioni epiche d’effetto (”My Tears Are Becoming A Sea”, “Echoes of Mine”), pazzia pura (”Year One, One UFO”) e atmosfere acustiche (la bellissima “Wait” e “Soon, My Friend”). C’è tantissima carne al fuoco in “Hurry Up, We’re Dreaming” e di conseguenza il rischio “confusione” è dietro l’angolo, ma per il resto non c’è nulla da rimproverare. (z.) Voto: 7
Kasabian - Velociraptor! : diciamoci la verità, “West Ryder Pauper Lunatic Asylum” ha salvato i Kasabian dal destino tipico delle “next big thing” inglesi, caratterizzato da un disco d’esordio riuscito e di successo e da un secondo disco a rischio flop. A due anni dalle 900.000 copie inglesi di “West Ryder…”, Pizzorno e compagni escono con Velociraptor!, undici tracce in cui le sorprese stanno a zero: solito brit pop (”Let’s Roll Just Like We Used To”) innamorato della vecchia madchester (”Days Are Forgotten”) ma che non si fa problemi a flirtare con l’electrorock (title track e “Switchblade Smiles”) e con la psichedelia più “classic” (”Neon Noon”). Nel complesso gradevole ed eterogeneo, ma iniziano a farsi largo una certa ripetitività e alcuni passaggi meno ispirati (”La Fee Verte”, “Man Of Simple Pleasures”). (z.) Voto: 6,5
Wilco - The Whole Love: lo ammetto, ci ho messo tanto tempo (e ancora oggi a volte faccio fatrica) a capire dove andare a cercare la magia e la superiorità dei Wilco, all’interno di una proposta musicale apparentemente così “normale”. La loro bravura sta proprio nel nascondere (con grande maestria) dietro a brani dal sapore “classic”, lampi di genio al passo con i tempi. Fattori che nelle ultimissime prove, “Sky Blue Sky” e soprattutto nell’omomino album di due anni fa, faticavano più del solito a venire fuori. Con queste premesse esce “The Whole Love”, un lavoro che li riporta idealmente ai fasti di “A Ghost Is Born” (ripetere “Yankee Hotel Foxtrot” è impossibile), in cui trovano spazio due picchi creativi (e lunghezza…) come l’iniziale kraut alienante di “Art Of Almost” e la conclusiva “One Sunday Morning”. Sì vero, non ci sono sorprese epocali, ma nel caso dei Wilco l’unica sorpresa potrebbe essere quella di pubblicare un brutto disco… (z.) Voto: 7+
Continua a leggere: Uscite discografiche Settembre 2011: recensioni

Red Hot Chili Peppers - I’m With You : la quasi trentennale carriera dei RHCP si può riassumere come segue:
Anni ‘80 : album importanti ma di poco successo
Anni ‘90 : album importanti e di grande successo
Anni ‘00 : album poco importanti ma di grande successo
Il quarto decennio di attività non si è aperto nel migliore dei modi con “The Adventures of Rain Dance Maggie“, debole singolo di lancio del decimo disco in carriera (e primo con Josh Klinghoffer alla chitarra): “I’m With You”. A differenza del predecessore, l’album non ambisce a qualcosa più grande della musica contenuta in esso, “I’m With You” infatti è volutamente diretto e compatto e gioca (fin troppo) ad effettuare piccole variazioni sul ben noto tema. Ancora rock/pop tinto di funk (Flea più presente che nelle ultimissime prove) e qualche midtempo un po’ buttata lì ma dal mood in parte inedito per la band (”Brendan’s Death Song”, “Even You Brutus?” o “Meet Me At The Corner”). Un disco con i suoi momenti degni di nota (provate a stare fermi su “Factory Of Faith” o la strofa Zeppelin di “Ethiopia”), in parte penalizzato (oltre che da Rubin) dalla minore personalità (e non solo nella mancanza di assoli) di Josh… ma quello che più contrasta con il loro neanche tanto lontano passato (leggasi “Californication”) è la esasperata e spudorata ricerca della melodia radiofonica, all’epoca spontanea e sicuramente più onesta. L’impressione è quella di un gruppo che ha perso la sua guida compositiva (John Frusciante) e che all’improvviso si è ritrovata a dover “fare i RHCP”, con una maggiore libertà ma senza troppe (buone) idee per la testa. Anni fa sarebbe stato un disco di b-sides… (z.) Voto: 5/6
Beirut - The Rip Tide : sono bastati due dischi (”Gulag Orkestar” del 2006 e “The Flying Club Cup” del 2007) per iscrivere ufficialmente i Beirut nel firmamento dei “grandi”. A quattro anni di distanza, il progetto di Zach Condon sembra voler ricordare a tutti che non c’è solo Bon Iver, rivendicando in parte la paternità di un certo modo di intendere il folk. Le origini (New Messico) vengono messe bene in mostra (”Santa Fe”), ma ancora una volta lo sguardo punta verso l’Europa orientale… uno sguardo più diretto che in passato, ma capace ugualmente di emozionare e di racchiudere dentro di sè lo sconfinato mondo del global-folk. (z.) Voto: 7
Girls - Father, Son, Holy Ghost : lo scanzonato esordio dei Girls (intitolato semplicemente “Album”) era riuscito fin da subito a suscitare clamore, non solo all’interno della scena “druggy” californiana. Il successivo EP “Broken Dreams Club” ha poi tolto ogni dubbio sull’effettivo valore della band di Christopher Owens. Il singolo “Vomit” (un po’ Radiohead e un po’ Pink Floyd) non ha fatto altro che aumentare l’hype attorno a “Father, Son, Holy Ghost”. “Vomit” rimane la prova più compiuta, ma non mancano altre piccole gemme. Un lavoro molto più crepuscolare, riflessivo e maturo (soprattutto dal rock psichedelico di “Die” in poi) rispetto all’esordio. Possono puntare ancora più in alto… hanno già dimostrato di poterlo fare. (z.) Voto: 7+
Continua a leggere: Uscite discografiche Agosto 2011: recensioni

The Horrors - Skying : personalmente ho apprezzato molto anche il debutto (”Strange House”… garage/goth/surf), ma è sicuramente con la seconda prova (”Primary Colours“) chegli Horrors hanno acquistato grande credibilità e rispetto. Merito di tutto ciò, una brusca virata verso territori a metà strada tra post-punk e shoegaze. In “Skying” è probabilmente meno forte l’effetto sorpresa, nonostante che, nel complesso, sia un disco dal mood piuttosto diverso dal predecessore. Atmosfere più dilatate e psichedeliche e brani che tentano di essere pop songs senza riuscirci mai del tutto (ed è un bene): quando meno te lo aspetti arriva la sventagliata di chitarra, la pausa interrotta da batteria+tastiere in acido o un climax vorticoso. Un revival-non revival che alla terza prova si è spostato verso certe cose brit a cavallo fra ‘80 e ‘90, confermando il talento unico della band inglese. Difficile dire se sia meglio di “Primary Colours”, quel che è certo è che dopo album di questo livello non rimane che aspettare il grande capolavoro (e pezzi come “Oceans Burning” e ” Moving Further Away” già lo sono) in grado di consegnarli definitivamente alla storia. (z.) Voto: 7,5
Lil B - I’m Gay (I’m Happy) : caso praticamente unico nel panorama rap mondiale… un po’ come il suo grande “swag-rivale” Tyler, The Creator, Lil B sa benissimo come fare parlare di sè, soprattutto su Internet. Giovanissimo anche lui, sforna un disco dietro l’altro (difficile starci dietro… fra Ep, Mixtape e quant’altro siamo già attorno alla decina di uscite) e dopo gli esordi piuttosto immaturi, sembra che abbia iniziato ad imboccare (già dal precedente “Angels Exodus“) una via credibile… o almeno apparentemente seria. “I’m Gay (I’m Happy)”, titolo a parte, è probabilmente il primo grande tassello nella carriera di Brandon McCartney. Tecnicamente parlando ha ancora tanta strada da fare e sicuramente il talento naturale di Tyler, The Creator sarà sempre solo un miraggio, ma finchè continuerà ad inserire all’interno dei propri dischi, samples degli Slowdive (”Open Thunder Eternal Slumber”) e della colonna sonora di “Spirited Away/La Città Incantata” (”Gon Be Okay”), per lui avrò sempre un occhio di riguardo. Come se non bastasse ha condiviso su Twitter un link per scaricare gratuitamente l’album… (z.) Voto: 6/7
Pure X - Pleasure : un debutto quello dei Pure X (conosciuti anche come Pure Ecstasy) che per certi versi si potrebbe accostare a quello dei WU LYF, non tanto per motivi stilistici (fanno musica molto diversa), quanto invece per l’affinità nel proporsi come band di difficile classificazione. In “Pure X” (che arriva dopo diversi singoli e un EP) la band americana è alle prese con un’interessante mix che, autopunendomi, etichetterei “lazy-gaze/druggy-slowcore”. Brani da svacco/trip sul divano che nei momenti migliori regalano melodie veramente degne di nota. (z.) Voto: 6/7
Continua a leggere: Uscite discografiche Luglio 2011: recensioni (2° parte)

Washed Out - Within and Without : dopo vari EP e un singolo, “You And I”, capace di spopolare lo scorso anno all’interno di un certo ambiente , Washed Out (Ernest Greene) esce finalmente con l’atteso album di debutto: “Within and Without”. Un disco che mantiene le promesse e si candida a diventare uno dei dischi simbolo di tutta la scena chillwave (se preferite, hypnagogic pop o glo-fi), grazie ad una serie di brani veramente riusciti che presentano echi di balearic sound, synth pop e melodie vagamente dream pop che rendono il tutto decisamente orecchiabile. Perfetta background music per i tramonti estivi di questi giorni. (z.) Voto: 7+
Memory Tapes - Player Piano : due uscite praticamente contemporanee come quelle di Washed Out (vedi sopra) e Memory Tapes (un tempo conosciuto anche come Memory Cassette e Weird Tapes) rappresentano qualcosa di importante per la scena chillwave. Dayve Hawk (alias Memory Tapes) è stato uno dei pionieri del genere e il precedente “Seek Magic” (2009) ne è sicuramente uno dei migliori esempi. Il singolo “Today Is Our Life” (tra l’altro accompagnato da un ottimo video) sembrava anticipare un ritorno ad altissimo livello ed invece devo ammettere di essere rimasto in parte deluso. Ci sono infatti alcuni brani impalpabili… scialbi e vocalmente continua a non convincermi del tutto (come invece fa Washed Out). Buon disco, ma probabilmente inferiore rispetto all’esordio. (z.) Voto: 6/7
Limp Bizkit - Gold Cobra : riecco la band più odiata (prima dell’arrivo dei Linkin Park) della scena nu metal (di cui i Deftones rimangono senza dubbio i migliori esponenti). Se il precedente “The Unquestionable Truth (Part 1)” oltre a presentare sonorità forse più sincere, segnava il ritorno di Wes Borland, questo “Gold Cobra” segna il ritorno dietro le pelli di John Otto. Un disco che già dall’artwork e dai titoli mette in chiaro i clichè di bassa lega tipici della band. Sorvolando sui testi (a tratti imbarazzanti), è facile notare una sostanziale mancanza di idee… che si trasforma in un continuo auto-riciclo di riff, pseudo-rap e slogan del passato (qualche aggiornamento ai nostri giorni, vedi riferimenti all’autotune) che avevano poco senso dieci anni fa, figuriamoci oggi. Per carità, i Limp Bizkit rimangono una band che nei live (sanno suonare…) è capace di esprime una potenza e un’energia assolutamente invidiabile (sembrano ancora dei ventenni)… ma purtroppo in questa sede bisogna valutare esclusivamente il contenuto artistico/musicale dell’album. (z.) Voto: 4/5
Continua a leggere: Uscite discografiche Luglio 2011: recensioni (1° parte)