
I Beatles erano già una band vicina al capolinea. Dissidi interni, aspirazioni soliste, qualche ‘consigliere’ di troppo. Il disco venne ultimato incidendo le parti singolarmente: cosa insolita per un gruppo che della collaborazione in studio aveva fatto uno dei punti di forza. Il titolo, “Abbey Road” (l’indirizzo della famosa sala di incisione) suonava in questo senso quasi ironico: le stanze negli ultimi mesi erano state abbandonate in favore di quelle dove si svolgevano le riunioni alla Apple, in cui si parlava molto poco di musica - e decisamente di più di questioni economiche.
Iain Macmillan fu il fotografo incaricato per lo scatto di copertina. Riunì i Beatles negli studi della EMI la mattina di venerdì 8 agosto, caricò la sua Hasselblad equipaggiata con un 50mm grandangolare, concordò con un poliziotto la chiusura della strada, salì su una scala e, alle 10 e 30 di quella mattina, immortalò lo storico attraversamento pedonale dei Fab Four in sei immagini. Sul set, Linda Eastman (la compagna di McCartney) scattava delle immagini di backstage.
L’idea era stata sviluppata proprio dallo stesso McCartney insieme a Macmillan (freelance amico di John Lennon e Yoko Ono). Delle sei foto fu scelta la quinta: l’unica in cui i passi dei quattro erano ‘a tempo’ (nonostante Paul porti avanti la gamba destra e non la sinistra). Fu altro però a catturare l’attenzione di tutti gli appassionati. Paul era l’unico a piedi nudi. Poco importa che la giornata fosse particolarmente calda, la leggenda nacque in brevissimo tempo: nel Regno Unito infatti, è tradizione che i morti vengano sepolti scalzi…

E’ il 7 luglio del 1957, il giorno della festa di St. Peter’s Church. E’ pomeriggio, siamo a Woolton, un sobborgo di Liverpool. La parrocchia raccoglie fondi e vengono chiamati dei gruppi locali ad esibirsi. Ce n’è uno un po’ fuori luogo, visto il contesto: si chiamano Quarrymen, in cui suona e canta un certo John Lennon, che è arrivato sul palchetto ubriaco e ha sbagliato tutte le parole di “Be Bop A Lula”.
Ivan Vaughan, un suo amico, ha invitato un altro ragazzo che fa musica. Gli dice di correre alla chiesa, perché c’è una band che dovrebbe ascoltare. Il ragazzo in questione si chiama Paul McCartney è già un buon chitarrista nonostante l’età e scrive canzoni. Rimane affascinato dall’esibizione di John e compagni e, quando Vaughan li presenta, imbraccia la chitarra di Lennon e suona “Twenty Flight Rock” di Eddie Cochran. E’ anche un precisino e, un po’ per scherzo, un po’ per iniziare quel rapporto che li vedrà litigare per anni in una dinamica quasi da padre responsabile / figlio scapestrato, gli scrive su un foglio il testo di “Be Bop A Lula”.
John è entusiasta dell’incontro. I due iniziano a parlare di band e dischi preferiti. L’intesa è tale che il timidissimo Lennon, tornando a casa con il batterista Pete Shotton gli confida che vorrebbe chiedere a Paul di suonare nel gruppo. McCartney - razionale e ponderato come al solito - accetterà solo una settimana più tardi, un mese dopo sarà invece la volta del primo concerto con i Quarrymen e la nascita di un pezzo della Storia della Musica: il binomio Lennon/McCartney. Quello che festeggiamo oggi, 54 anni dopo.

Ci vollero centoventinove giorni, circa settecento ore di registrazione (nello studio 2 della Emi) e venticinquemila sterline per realizzare il capolavoro. I Beatles lo fecero uscire il primo giugno del 1967: esattamente quarantaquattro anni fa. L’impatto nel mondo della cultura pop fu inimmaginabile. Paul McCartney voleva eguagliare “Pet Sounds” dei Beach Boys (che era stato composto per rivaleggiare con il loro precedente “Rubber Soul”): fu Brian Wilson invece a non riprendersi mai più del tutto dall’ascolto.
Le registrazioni erano iniziate il 24 novembre del 1966. La band era entrata in studio dopo un’estate intensa, in cui il viaggio americano e la celebre frase di Lennon (”I Beatles sono più famosi di Gesù”) avevano messo alla prova tutto l’entusiasmo accumulato con i risultati di “Revolver”. Una buona notizia riportò il buonumore: nessun limite agli orari di registrazione né al budget. Lo Studio 2 a completa disposizione. Situazione perfetta per chi, come loro, era abituato a correre in sala d’incisione in qualsiasi momento per fermare su nastro le idee e - come accadeva spesso nel caso di McCartney - aggiungere il proprio ‘tocco’ a quelle altrui.
Volevano un concept. Un album che raccontasse Liverpool con gli occhi di un adolescente ormai adulto. C’erano già tre brani (più una serie di provini di Lennon che vennero inseriti in seguito). Perle del calibro di “When I’m Sixty-four”, “Strawberry Fields Forever” e “Penny Lane”. La EMI però fece la voce grossa: serviva un 45 giri e quindi “Strawberry Fields” e “Penny Lane” vennero ’sacrificate’ come singolo. Da lì iniziò l’avventura del Sergente Pepe: un mood lisergico (Lennon e Harrison sperimentavano già abbondantemente l’LSD) misto a quello di una nostalgica passeggiata per i luoghi dove erano cresciuti.
Il titolo nacque ispirandosi alle band statunitensi dell’epoca. Nomi fantasiosi, lunghissimi, ironici, che arrivavano da ‘mondi’ sconosciuti e immaginari. McCartney voleva che i Beatles si trasformassero almeno per un po’ in una di quelle bande di ottoni d’epoca vittoriana che tanto avevano influito sulla sua formazione. Fece ascoltare la title-track agli altri, superò le perplessità di Harrison e Lennon e accolse il contributo di Ringo Starr con “With a little help from my friends” che diventò subito la prima canzone in scaletta.

I Beady Eye di Liam Gallagher hanno deciso di pubblicare una cover i cui ricavati andranno ad aiutare la popolazione del Giappone colpita dal recente tsunami. Non è certo una sorpresa che il brano scelto sia uno dei Beatles, band idolatrata dai fratelli Gallagher.
Nella fattispecie, Liam ha mirato piuttosto alto, scegliendo uno dei più grossi capolavori scritti da John Lennon: Across The Universe, contenuta in Let It Be, ultimo album pubblicato dai Fab Four prima di sciogliersi. Il pezzo è già disponibile al costo di 1 sterlina (circa 1,2€).
Una magnifica cover di Across the Universe era stata fatta da Fiona Apple a fine anni ‘90. Riusciranno i Beady Eye a non sfigurare? Per scoprirlo basta andare alla pagina Beadyeyemusic.com o ascoltarne una versione live (suonata pochi giorni fa al concerto benefico per il Giappone) subito dopo la pausa.
Continua a leggere: Beady Eye: una cover dei Beatles per aiutare il Giappone
Il tempo passa ma la leggenda dei “Fab Four” non accenna minimamente a sbiadire: pochi giorni fa Mike Portnoy (ex batterista dei Dream Theater), Paul Gilbert (Racer X, Mr. Big), Neal Morse (ex Spock’s Beard) e Kasim Sulton (Utopia) si sono esibiti nelle vesti di band chiamata “Yellow Matter Custard” in un concerto tributo ai The Beatles.
Per l’occasione Sulton ha addirittura comprato basso Hofner replica ‘62, identico a quello storico utilizzato da Paul McCartney. Oltre al video di apertura ne potete trovare altri tre subito dopo la pausa.

Quando i Rolling Stones arrivarono negli Stati Uniti nel 1964 erano pressoché sconosciuti. Avevano pubblicato solo un singolo: sul lato A “Not Fade Away”, una cover di Buddy Holly, mentre il lato B era “I Wanna Be Your Man” un regalo degli amici Lennon e McCartney che arrivarono oltreoceano insieme a loro.
Riuscite a immaginare i Rolling Stones che non riempiono gli stadi? A vederli come quattro ragazzini inglesi in cerca di successo negli USA, taglio di capelli beat e nessuna idea di quello che gli sarebbe capitato da lì a pochissimo: la fama mondiale, la rivalità in classifica con i Beatles, gli eccessi e le vendite stratosferiche?
Grazie alla presenza del tour manager Bob Bonis, esistono 2700 fotografie che li ritraggono durante quella serie di concerti. Momenti di relax in albergo, prove prima dei live, registrazioni in studio: scatti finora inediti che testimoniano due anni in cui i Rolling Stones diventarono quelli che siamo abituati a conoscere. Il libro si intitola: “The Lost Rolling Stones Photographs: The Bob Bonis Archive, 1964-1966″, è disponibile su Amazon e potete ammirare una preview degli splendidi scatti a questo indirizzo.

I leggendari The Beatles continuano ad alimentare la loro già immortale fama: in meno di una settimana dal debutto su iTunes, la band ha infatti venduto più di due milioni di brani.
Secondo i dati riportati da Billboard.com l’album più venduto è finora Abbey Road, mentre la traccia più gettonata è stata Here Comes The Sun (proveniente dal medesimo album).
I Beatles sono approdati sul servizio online di Apple a più di dieci anni dal suo debutto, dopo che una lunghissima disputa legale fra EMI e la casa di Cupertino si è recentemente risolta.

L’intero catalogo dei Beatles è finalmente disponibile su iTunes. Tutti i 13 album in studio registrati dai “Fab Four” e numerose compilation e live sono già acquistabili tramite il servizio online di Apple. Il debutto dei Beatles su iTunes arriva così tardivamente a causa di una disputa legale fra Apple Inc. e l’etichetta discografica Apple (ora di proprietà EMI) che andava avanti sin dal 1978.
Il primo a commentare la notizia è stato Paul McCartney:
«È fantastico vedere brani originariamente pubblicati su vinile ricevere così tanto amore nel mondo digitale come se fossero usciti solo da poco»
Ringo Starr si sente addirittura sollevato:
«Sono particolarmente felice di non dovermi più sentir chiedere quando i Beatles arriveranno su iTunes»
Non manca una dichiarazione di Steve Jobs, CEO di Apple:
«Per arrivare qui abbiamo percorso una strada lunga e ventosa [citando la canzone “The Long and Winding Road, NdR]. Grazie ai Beatles e a EMI, stiamo realizzando un sogno che avevamo sin dal lanci di iTunes, dieci anni fa»
Probabilmente la EMI ha ceduto a causa delle sue gravissime difficoltà economiche. Rinunciare a una questione di principio per permettere alla band più nota nella storia della musica di vendere i propri lavori nel servizio online musicale più usato nel mondo (e di conseguenza incassare diversi quattrini in più) non ci sembra un’idea sbagliata…

Le due ricorrenze cadranno tra domani 9 ottobre, giorno del 70esimo anniversario della nascita, e l’8 dicembre, trentennale della morte avvenuta a New York City per mano dello squilibrato Mark Chapman.
Noi seguiamo l’esempio di Google e ci portiamo avanti omaggiando oggi John Lennon, il cantante/musicista/autore/attivista/icona dei mitici Beatles prima e solista poi. Tanti auguri Big John, ovunque tu sia. Sulla homepage del celebre motore di ricerca è sbucato uno dei suoi Doodle animati, che sta già riscuotendo consensi entusiastici in rete tra blog,forum e social networks.
Un doodle come gli altri griffati Big G, semplici ma allo stesso tempo d’impatto. Il disegnino che trovate riprodotto qua in alto da cliccare, che fa partire le note della canzone-manifesto Imagine in una clip di YouTube. Potete guardarla su google.it o… subito dopo il saltino. Trovate anche voi che sia perfetto nella sua (solo apparente) artigianalità?
Continua a leggere: John Lennon, l'omaggio di Google a 70 anni dalla nascita (e a 30 dalla morte)

Tanti auguri Richard Starkey, meglio conosciuto come Ringo Starr. L’ex batterista dei Beatles compie oggi 70 anni.
Da sempre un po’ sminuito da quella critica che è arrivata a definirlo “l’uomo più fortunato degli anni ‘60″, Ringo forse non ha contribuito alla leggenda dei Beatles nella stessa misura dei suoi tre compagni, ma a modo suo è riuscito comunque a diventare un vero e proprio personaggio nonché una figura imprescindibile per l’immagine dei Fab Four.
Non dimentichiamo che proprio Ringo ha cantato alcuni brani famosissimi, infondendo in essi un’allegria e una sorta di magia infantile come solo lui sapeva fare. Per l’occasione vi lasciamo con tre di queste magnifiche tracce scritte dalla premiata ditta Lennon/McCartney ma cantate da Ringo: With a Little Help From My Friends, Octopus’ Garden e Yellow Submarine. E scusate se è poco. Auguri Ringo!
With a Little Help From My Friends
Octopus’ Garden
Yellow Submarine