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Tutti gli articoli con tag the beatles

The Beatles: il libro di "Yellow Submarine" diventa un'app per iPhone e iPad da scaricare gratis

pubblicato da intweetion

Esce finalmente la versione digitale del libro tratto da “Yellow Submarine”: storico film animato del 1968 con la regia di George Dunning - e la direzione artistica dell’illustratore e designer tedesco Heinz Edelmann - che racconta la lotta dei Beatles per liberare Pepperland dalla tristezza dei Biechi Blu. Tutto in una app interattiva per iPhone e iPad con quattordici clip video a colori dal film, clip audio dalle canzoni dei Fab Four, gli spartiti originali di George Martin, i dialoghi della sceneggiatura e altre features interattive.

L’ottima notizia è che, per festeggiare il primo anniversario dalla pubblicazione del catalogo dei Beatles sullo store di iTunes l’applicazione è disponibile in download gratuito sull’iBookstore a questo indirizzo, nell’adattamento di Charlie Gardner (per i testi) e Fiona Andreanelli (per i disegni). Imperdibile.

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Tutte le canzoni dei Beatles contemporaneamente

pubblicato da David


Ogni singola canzone dei Beatles è sublime. Ma cosa succede se le ascoltiamo tutte insieme? Questo bizzarro progetto chiamato All Together Now – Everything the Beatles ever did fa suonare tutti i brani mai pubblicati dai “Fab Four” contemporaneamente. Stiamo parlando di 226 canzoni.

Il criterio è il seguente: la canzone più lunga è la prima che parte, e via via viene seguita da tutte le rimanenti, fino a far partire per ultima la più breve, e finire la riproduzione di tutti i brani contemporaneamente. Altro che Beatlemania!

Ascoltate pure questo “Frankenstein” musicale che vi riportiamo qui di seguito, e magari diteci nei commenti se siete riusciti a conservare la vostra sanità mentale.

All Together Now - Everything the Beatles ever did. by ramjac

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George Harrison: dieci anni dopo la scomparsa del 'Beatle tranquillo'

pubblicato da intweetion

La morale della storia è che, se accetti gli alti, dovrai passare anche attraverso i bassi. Nelle nostre vite abbiamo imparato a conoscere l’amore e l’odio, gli alti e i bassi, il bene e il male, le sconfitte e le vittorie. Era come una versione amplificata di quello che vive chiunque altro. Quindi, essenzialmente, va bene. Qualsiasi cosa sia accaduta è positiva se ci ha insegnato qualcosa, ed è negativa solo se non abbiamo imparato: “Chi sono? Dove sto andando? Da dove vengo?”

George Harrison pronunciò queste parole durante un’intervista. L’ennesima in cui gli venne chiesto di parlare del suo peso ‘minoritario’ nei Beatles. Era il più schivo, tranquillo e riservato dei quattro: nonostante il suo apporto al gruppo - e all’etichetta Apple records - fu fondamentale, il marchio di ‘outsider’ non lo abbandonò mai. Così come non è un mistero che inizialmente, Lennon non lo volesse nella band.

Troppo abile come chitarrista: la superiorità tecnica di Harrison era inammissibile per un ego come il suo. Nei Quarrymen (la formazione pre-Beatles) infatti, George Harold Harrison suonava solo sporadicamente, sostituendo Eric Griffiths quando non era disponibile. Fu McCartney a insistere e a ottenere che George entrasse in pianta stabile.

Il talento di Harrison come autore si manifestò lentamente. Anche se Lennon e McCartney seguivano spesso i suoi suggerimenti sulle parti di chitarra e di basso, le prime canzoni arrivarono dopo qualche tempo. Con la sua inseparabile Gretsch “Duo Jet” compose alcuni brani di “With The Beatles” e “Revolver”, ma rivelò le sue capacità di autore soprattutto nel “White Album”. C’è una ragione specifica: dal 1965 George, timidissimo, si era avvicinato alla cultura indiana e alla figura di Ravi Shankar, il virtuoso del sitar.

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Il 24 ottobre del 1965 i Beatles diventavano Baronetti dell'Ordine dell'Impero Britannico

pubblicato da intweetion

Il 24 ottobre del 1965 i Beatles diventavano Baronetti dell'Ordine dell'Impero Britannico

Ci hanno fatto persino baronetti. Probabilmente una delle più grandi pagliacciate che questo Paese abbia mai visto: ma questa è sovversione, questa è rivoluzione

John Lennon nell’intervista del dicembre del 1968 fatta da due studenti della Keele University allora ventenni, commentava così quello che era accaduto tre anni prima. Il solito misto di sarcasmo e insofferenza per chi voleva a tutti i costi dare alla musica dei Beatles una connotazione ‘politica’: rivoluzionaria, appunto. Il 24 ottobre del 1965 i Fab Four avevano ricevuto infatti una delle più importanti onoreficenze del loro paese. Era stato l’allora primo ministro Harold Wilson a candidarli e la notizia scatenò le ire di molti: ai Beatles veniva conferito il titolo di Baronetti dell’Ordine dell’Impero Britannico.

Una vera follia per l’epoca, tanto che molti membri del “Most Excellent Order of the British Empire” (questa la dicitura originale) restituirono il titolo. Ad alimentare lo ’scandalo’ però fu qualcos’altro. Durante la conferenza stampa che seguì la cerimonia, Lennon confessò - tra le risate e l’imbarazzo di tutti - di aver fumato uno spinello nel bagno di Buckingham Palace. Non fu un atto inutilmente provocatorio: all’epoca in Inghilterra infatti vigeva la ridicola legge che puniva non solo il consumatore di droghe, ma anche il proprietario dell’abitazione che lo ospitava. Secondo le norme quindi, la Regina era passabile di denuncia. Il parlamento a quel punto si affrettò a modificare il testo incriminato.

Fu lo stesso Lennon, contraddicendosi ancora una volta, che quattro anni più tardi utilizzò il titolo per un gesto decisamente politico. Era il 1969 e John decise di restituirlo per protestare contro il sostegno dato dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti per la guerra in Vietnam. Gli altri mantennero il titolo di Sir e l’espressione “i Baronetti di Liverpool” andò ad aggiungersi ai tanti nomi con cui facciamo riferimento a una band leggendaria.

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The Beatles: il 5 ottobre di 49 anni fa usciva "Love me do", il loro primo singolo. Ecco la storia

pubblicato da intweetion

La maggior parte dei sedicenni di Liverpool che marinarono la scuola nel lontano 1958, probabilmente trascorsero le ore scampate alle lezioni gironzolando per la città o giocando a pallone in qualche cortile dove erano sicuri di non esser visti. Tra quelli c’era anche Paul McCartney che però sfruttò l’assenza per scrivere una canzone. Non poteva sapere che sarebbe diventata il suo primo successo, né tanto meno che poco dopo, il ragazzotto dedito all’alcol e alle risse conosciuto l’anno prima avrebbe aggiunto il middle-eight per completarla.

Paul scrive “Love Me Do” immaginando (probabilmente fischiettando) un semplicissimo riff. Poche e ripetute le parole: semplici e dirette. “Love, love me do / You know I love You / I’ll always be true / So please love me do”, c’è poco da aggiungere. Arriva invece Lennon con altre due frasi vagamente provocatorie “Someone to love, somebody new / Someone to love, someone like you” (quel ‘qualcuno’ di nuovo) e le affida a una linea melodica che già mostra il suo talento nel cambiare le carte in tavola alle zuccherose armonie di McCartney.

I due portano il risultato a George Martin che fa piazza pulita di - quasi - tutto. Via il riff suonato alla chitarra, sostituita invece dall’armonica, un arrangiamento più scarno (una sola sei corde), un emozionatissimo Paul che canta (John - allora era la voce solista - non era in forma quel giorno) e un problema. Ringo, che ha appena sostituito Pete Best, non sa suonare il brano. E’ il 4 settembre del 1962 e Martin blocca le registrazioni: così non va. Chiama allora Andy White (un turnista dell’epoca) e relega Ringo al tamburello. Il pezzo funziona. Ironia della sorte: a causa di una svista, nelle prime incisioni uscite dagli studi EMI finisce la versione con la traccia di batteria suonata dall’acerbo Richard Starkey.

Un mese dopo (il 5 ottobre dello stesso anno) il disco è nei negozi. Sul lato B del numero R4949 del catalogo Parlophone, un’altra canzone destinata a diventare una hit del gruppo: “P.S. I Love You”. Il 7” uscì due anni dopo anche negli Stati Uniti, direttamente al primo posto e rimanendo in Top 100 per quattordici settimane, mentre al suo esordio nelle chart britanniche aveva raggiunto ’solo’ la diciassettesima posizione. Circola da tempo una malignità, ovvero la leggenda che George Martin avrebbe acquistato 10000 copie del disco per farlo arrivare ai piani alti della classifica. Tutto smentito più volte da Lennon, ma fa sorridere pensarlo: anche fosse vero, espedienti del genere non gli sarebbero serviti mai più.

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29 agosto 1966: quando i Beatles suonarono per l'ultima volta dal vivo al "Candlestick Park" di San Francisco

pubblicato da intweetion

Sembrò che quella sarebbe potuta essere l’ultima volta, ma non ne sono stato sicuro al cento per cento finché non siamo tornati a Londra. John voleva smettere più degli altri. Disse che ne aveva avuto abbastanza.

A parlare è Ringo Starr, l’argomento in questione è quel famoso 29 agosto del 1966 in cui i Beatles suonarono per l’ultima volta dal vivo al “Candlestick Park” di San Francisco. Undici canzoni, poco più di mezz’ora di concerto (la registrazione che McCartney aveva chiesto al loro ufficio stampa, tagliò l’ultima canzone perché Tony Barrow dimenticò di girare il nastro), le Ronnettes di Phil Spector fra gli opening-act e, soprattutto, una telecamera sul palco. Nonostante le parole di Ringo (probabilmente ottimista fino all’ultimo), gli altri tre Beatles sapevano che quella sarebbe stata l’ultima volta e volevano documentarla (Harrison commentò l’evento esclamando: “Sarà un tale sollievo… non dover avere più a che fare con tutta questa follia… E’ stata una decisione unanime.”)

Volendo essere precisi, i Fab Four suonarono ancora una volta dal vivo, il 30 gennaio di tre anni dopo, sul tetto degli uffici della Apple in Savile Row. Quei Beatles però erano una band a fine carriera, che voleva dare l’addio nel modo più spettacolare (e imitato). Il live al “Candlestick Park” fu invece l’inizio di una svolta per la loro storia: nata dall’esigenza di concentrarsi sulle nuove possibilità offerte dalla tecnologia in studio, mentre i mezzi live arrancavano.

Dopo circa 1400 date, i Beatles erano esausti. Stufi di sentire i loro riff di chitarra coperti dalle urla delle fan, penalizzati da un’amplificazione modesta e spesso gracchiante, stanchi di essere costantemente scortati dalla polizia, ma - soprattutto - di non poter trasferire on stage le incredibili soluzioni strumentali che iniziavano a sperimentare a Abbey Road. Forse per la prima volta nella loro carriera, Paul, John, George e Ringo erano più adulti e ‘maturi’ della media del loro pubblico: reagirono come solo i grandi sanno fare in queste occasioni.

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George Harrison: ecco il trailer di "Living In The Material World", il documentario di Martin Scorsese

pubblicato da intweetion

George Harrison: ecco il trailer di "Living In The Material World", il documentario di Martin Scorsese

La sua musica è molto importante per me, per questo sono stato interessato a ripercorrere il viaggio che lui stesso ha intrapreso come artista. Il film è una vera e propria esplorazione

Così dichiarava un anno fa il regista Martin Scorsese a proposito di George Harrison. I due si conoscevano e trascorsero molto tempo insieme, chiacchierando delle comuni passioni per musica e cinema. Da qui (e grazie all’apporto della moglie di Harrison, Olivia) è nata l’idea per un film documentario, impreziosito dai tanti filmati ritrovati in due anni di ricerche attraverso gli archivi di famiglia messi a disposizione.

Il film sul ‘quiet Beatle‘ (come veniva soprannominato Harrison) si intitola “Living In The Material Word” dal nome del quinto album della sua carriera solista e sarà mandato in onda dalla HBO in due parti, i prossimi 5 e 6 ottobre. Dopo il salto trovate il trailer, dove potete rendervi conto dell’impressionante quantità di personaggi che Scorsese ha chiamato in causa per realizzare il film.

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La rivincita di Paul McCartney: la colonna sonora "Ocean's Kingdom" uscirà per la Decca

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Questa notizia necessita di una premessa. Nel lontano 1960, Brian Epstein - allora manager dei Beatles - si recava spesso a Londra nel tentativo di ottenere un contratto discografico per la band, con scarsi risultati: riceveva invece numerosi rifiuti, tra cui quello della Columbia e della Philips. La notte di Capodanno del 1961, i Beatles erano attesi dai boss della Decca. Neil Aspinall, assistente e road manager del gruppo, era alla guida, ma sbagliò strada diverse volte. Così i Fab Four arrivarono a Londra alle dieci di sera e mancarono l’appuntamento.

Il giorno dopo, furono comunque accolti negli studi, dove registrarono quindici canzoni in meno di un’ora. Il producer ( Tony Meehan, ex-batterista degli Shadows) li salutò con un “vi faremo sapere”. La risposta arrivò poco dopo e fu lapidaria. Dick Rowe, responsabile del catalogo Decca, bollò così il risultato: “I complessini con le chitarre stanno finendo, signor Epstein, lei dovrebbe tornare a vendere dischi a Liverpool”. E ancora, alla band: “Non avete alcun futuro nel mondo dello spettacolo”.

Epstein non si scoraggia e bussa alla porta della EMI. Il seguito, lo conosciamo tutti. Facciamo un salto di cinquant’anni e torniamo alla notizia: il prossimo disco di Paul McCartney, la colonna sonora “Ocean’s Kingdom”, il suo primo lavoro per il New York City Ballet, uscirà nei negozi il 3 ottobre. Indovinate chi lo pubblicherà? Già, proprio la Decca. Il tempo ha fatto il suo corso: il Mito, anche. Dopo il salto, trovate la seconda parte delle “Decca Sessions”.

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The Beatles: l'8 agosto di quarantadue anni fa, veniva scattata la foto di copertina di "Abbey Road"

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The Beatles: l'8 agosto di quarantadue anni fa, veniva scattata la foto di copertina di "Abbey Road"

I Beatles erano già una band vicina al capolinea. Dissidi interni, aspirazioni soliste, qualche ‘consigliere’ di troppo. Il disco venne ultimato incidendo le parti singolarmente: cosa insolita per un gruppo che della collaborazione in studio aveva fatto uno dei punti di forza. Il titolo, “Abbey Road” (l’indirizzo della famosa sala di incisione) suonava in questo senso quasi ironico: le stanze negli ultimi mesi erano state abbandonate in favore di quelle dove si svolgevano le riunioni alla Apple, in cui si parlava molto poco di musica - e decisamente di più di questioni economiche.

Iain Macmillan fu il fotografo incaricato per lo scatto di copertina. Riunì i Beatles negli studi della EMI la mattina di venerdì 8 agosto, caricò la sua Hasselblad equipaggiata con un 50mm grandangolare, concordò con un poliziotto la chiusura della strada, salì su una scala e, alle 10 e 30 di quella mattina, immortalò lo storico attraversamento pedonale dei Fab Four in sei immagini. Sul set, Linda Eastman (la compagna di McCartney) scattava delle immagini di backstage.

L’idea era stata sviluppata proprio dallo stesso McCartney insieme a Macmillan (freelance amico di John Lennon e Yoko Ono). Delle sei foto fu scelta la quinta: l’unica in cui i passi dei quattro erano ‘a tempo’ (nonostante Paul porti avanti la gamba destra e non la sinistra). Fu altro però a catturare l’attenzione di tutti gli appassionati. Paul era l’unico a piedi nudi. Poco importa che la giornata fosse particolarmente calda, la leggenda nacque in brevissimo tempo: nel Regno Unito infatti, è tradizione che i morti vengano sepolti scalzi…

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"John, ti presento Paul". La nascita dei Beatles: il primo incontro tra Lennon e McCartney

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"John, ti presento Paul". La nascita dei Beatles: il primo incontro tra Lennon e McCartney

E’ il 7 luglio del 1957, il giorno della festa di St. Peter’s Church. E’ pomeriggio, siamo a Woolton, un sobborgo di Liverpool. La parrocchia raccoglie fondi e vengono chiamati dei gruppi locali ad esibirsi. Ce n’è uno un po’ fuori luogo, visto il contesto: si chiamano Quarrymen, in cui suona e canta un certo John Lennon, che è arrivato sul palchetto ubriaco e ha sbagliato tutte le parole di “Be Bop A Lula”.

Ivan Vaughan, un suo amico, ha invitato un altro ragazzo che fa musica. Gli dice di correre alla chiesa, perché c’è una band che dovrebbe ascoltare. Il ragazzo in questione si chiama Paul McCartney è già un buon chitarrista nonostante l’età e scrive canzoni. Rimane affascinato dall’esibizione di John e compagni e, quando Vaughan li presenta, imbraccia la chitarra di Lennon e suona “Twenty Flight Rock” di Eddie Cochran. E’ anche un precisino e, un po’ per scherzo, un po’ per iniziare quel rapporto che li vedrà litigare per anni in una dinamica quasi da padre responsabile / figlio scapestrato, gli scrive su un foglio il testo di “Be Bop A Lula”.

John è entusiasta dell’incontro. I due iniziano a parlare di band e dischi preferiti. L’intesa è tale che il timidissimo Lennon, tornando a casa con il batterista Pete Shotton gli confida che vorrebbe chiedere a Paul di suonare nel gruppo. McCartney - razionale e ponderato come al solito - accetterà solo una settimana più tardi, un mese dopo sarà invece la volta del primo concerto con i Quarrymen e la nascita di un pezzo della Storia della Musica: il binomio Lennon/McCartney. Quello che festeggiamo oggi, 54 anni dopo.

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