
Presentazione: Dopo quattordici anni dall’ultimo album in studio e dopo aver scritto pagine importanti della storia della musica, gli Alice In Chains tornano con un disco molto chiacchierato.
Giudizio complessivo: Si può recensire “Black Gives Way To Blue” senza fare riferimento al fatto che continuare l’avventura con gli Alice In Chains senza Layne Staley sia a dir poco scandaloso? Forse no, ma ci proviamo lo stesso. Il nuovo singer William DuVall, pur avendo un centesimo del carisma, si impegna veramente tanto nell’ imitazione (perchè di questo si tratta) di Layne e bisogna ammettere che in alcuni passaggi si fa fatica a trovare qualche differenza. Sul lato prettamente musicale Jerry Cantrell ci mette del suo come sempre, i riff e le atmosfere che riesce a creare sono riconoscibili fin da subito (il tutto opportunamente modernizzato). Quello che manca però sono le canzoni: i testi prima di tutto non sono all’altezza del passato e poi si ha la sensazione di stare ascoltando qualcosa che suona in un certo modo esclusivamente perchè deve suonare in quel determinato modo, senza avere realmente qualcosa di interessante e/o originale da proporre. Alcuni brani che spiccano ci sono, come ad esempio “Check My Brain” trainato da un riff memorabile (il ritornello forse troppo “solare”), “Acid Bubble” e l’acustica “When The Sun Rose Again”. Rimane comunque una discreta rivisitazione (piuttosto piacevole, se vogliamo) di un genere di cui oggi onestamente si sente la mancanza, almeno a livello mainstream. Come si dice in questi casi… “poteva andare molto peggio”.
Lista tracce - Voto:
All Secrets Known - 6
Check My Brain - 7
Last Of My Kind - 6
Your Decision - 7
A Looking In View - 7
When The Sun Rose Again - 8 (Miglior Traccia)
Continua a leggere: Alice In Chains: "Black Gives Way To Blue", l'album senza Layne

Presentazione: Con “The Incident” i Porcupine Tree arrivano a quota dieci per quanto riguarda gli album in studio (ovviamente escludendo l’infinità di uscite minori, dischi solisti e collaborazioni).
Giudizio complessivo: Recensire un disco dei Porcupine Tree non è facile: bisogna da un lato tenere conto del loro glorioso passato e del loro indubbio talento e dall’altro cercare di valutare il risultato finale in un’ottica più generale. “The Incident” in un’ipotetica sfida contro uno dei loro capolavori (ne hanno fatti veramente tanti, ne prendo uno a caso… “In Absentia”) probabilmente ne uscirebbe perdente, ma se invece valutiamo il lavoro di Steven Wilson e compagni mettendo da parte confronti scomodi (quanto fini a se stessi), non si può negare di essere ancora una volta di fronte ad un grande album. Inoltre, a livello strettamente musicale “The Incident”, presenta alcune nuove sfumature (perchè questo sono, visto il genere ben consolidato) e alcune atmosfere inedite per la band. Interessante anche la struttura dell’album, suddiviso in due, la prima parte è formata da “The Incident”, una canzone lunga 55 minuti (ma che in realtà si divide in 14 episodi ognuno con le sue peculiarità), mentre la seconda parte è formata da altri quattro brani distinti. In sintesi, non possiamo parlare di “incidente” di percorso per i Porcupine Tree… anzi, ma va ricordato che meno di dodici mesi fa Steven Wilson ci regalò un disco solista superiore a quest’ultima prova del suo gruppo.
Lista tracce - Voto:
The Incident (media voto fra le 14 canzoni) - 7
Flicker - 7
Bonnie the Cat - 7
Continua a leggere: Porcupine Tree: "The Incident" conferma la bravura della band

Presentazione: “Backspacer” è il nono album in studio dei Pearl Jam. Hanno ancora qualcosa da dire o anche per loro è arrivato il momento di mettere le idee da parte e suonare di “mestiere”?
Giudizio complessivo: Dopo il debutto (e capolavoro) “Ten”, i Pearl Jam hanno iniziato una lunga e lenta evoluzione verso quello che sono oggi: una un rock senza fronzoli che strizza l’occhio alla tradizione americana. “Backspacer” non è sicuramente uno di quei dischi destinati a rimanere nella storia, ma sinceramente, chi è che si aspettava un masterpiece dopo quasi vent’anni di grande carriera? “Backspacer” è esattamente quello che doveva essere: un album di onesto rock, un album che scivola via senza problemi (anche se qualche passaggio “skippabile” c’è, vedi “Johnny Guitar”) e che regala poco più di mezzora di buona musica. Chi si è (giustamente) allarmato dopo aver ascoltato “The Fixer”, non rimarrà deluso dal resto dell’album che si divide fra brani più tirati (l’opener “Gonna See My Friend”), classici pezzi alla Pearl Jam e due ballads acustiche che mettono in evidenza la grande voce di Eddie Vedder: “Just Breathe” (molto bella) che sembra uscita da Into The Wild e “The End”, che se mai dovesse essere “la fine” (si spera di no, ovviamente) della band di Seattle, chiuderebbe la carriera nel migliore dei modi.
Lista tracce - Voto:
Gonna See My Friend - 7
Got Some - 7
The Fixer - 6
Johnny Guitar - 5 (Peggior Traccia)
Just Breathe - 7
Amongst The Waves - 7
Continua a leggere: Pearl Jam: "Backspacer", poco più di mezz'ora di buon rock

Presentazione: Ecco “The Resistance”, l’atteso quanto ambizioso quinto album dei Muse, una delle band più importanti dei nostri giorni.
Giudizio complessivo: Si parte con “Uprising” di cui si è già detto tutto (comprese le somiglianze con “Call Me“/”Doctor Who“/”Strict Machine“), poi si passa alla title-track che ha un’intro di piano che non avrebbe sfigurato in qualche pezzo eurodance anni ‘90 e un ritornello immediato (quanto banale), per arrivare alla successiva “Undisclosed Desires”, dove pare di sentire il Timbaland di turno in collaborazione con i Depeche Mode. Bastano queste prime tre canzoni per capire che siamo di fronte ad un ulteriore cambiamento sonoro (evoluzione?) dei Muse, il che è sulla carta è apprezzabile, ma il fatto che un talento chitarristico come quello che ha Matt venga totalmente messo in secondo piano, fa un po’ storcere il naso.
La palla passa poi attraverso i Queen e il Bolero di Ravel (e qui siamo veramente ai limiti del kitsch) di “United States of Eurasia” (in cui c’è spazio anche per il Notturno di Chopin nella coda) e prosegue nelle paludi AOR di “Guiding Light” (dalla melodia quasi natalizia…). “Unnatural Selection” non lascia nessun segno (è un po’ una somma di quel che i Muse hanno fatto fino ad oggi e c’è aria di già sentito) mentre “MK Ultra” ha un nervosismo di fondo che non è affatto male, peccato per un ritornello completamente insignificante. “I Belong to You” anche se abbastanza particolare, scivola via senza impressionare, aprendo il sipario al trittico/suite finale “Exogenesis” (Overture, Cross Pollination e Redemption) dove i Muse dimostrano davvero di essere un grande gruppo.
Continua a leggere: Muse: con "The Resistance" non avranno esagerato?

Presentazione: Ecco “Shaka Rock”, Il terzo album in studio degli australiani Jet.
Giudizio complessivo: Deve essere dura per i Jet essere australiani e non inglesi, visto che cercano in tutti i modi di somigliare, a turno, a decine di storiche band british. Qui si potrebbe fare un lungo discorso su l’utilità di un gruppo che non fa altro che riproporre vecchi stilemi e vecchi stereotipi senza aggiungere nulla o quasi, però alla fine questa è la loro natura fin dagli esordi, quindi o bolliamo subito i Jet come gruppo trascurabile (il che non è un azzardo) e la finiamo qui, oppure cerchiamo di capire il ruolo di questo “Shaka Rock” all’ interno della loro discografia. Il problema è che in “Shaka Rock” non c’è nulla che non abbiano già proposto in “Get Born” (che tutto sommato non prometteva malissimo), ovvero il solito alternarsi di brani retro-hard/classic rock sostenuti da riff trascinanti quanto prevedibili (il buon singolo “She’s A Genius”, “Black Hearts”) e ballads a metà fra Beatles e Oasis. I nostalgici a tutti costi forse apprezzeranno, ma probabilmente farebbero meglio ad evolversi un minimo o, in alternativa, aspettare gli album dei Wolfmother e dei Them Crooked Vultures che promettono molto meglio.
Lista tracce - Voto:
K.I.A (Killed in Action) - 6
Beat on Repeat - 5
She’s A Genius - 7 (Miglior Traccia)
Black Hearts (On Fire) - 6
Seventeen - 5
La Di Da - 6
Continua a leggere: Jet: c'era proprio bisogno di "Shaka Rock"?

Presentazione: Ecco “Humbug”, l’atteso terzo album degli Arctic Monkeys.
Giudizio complessivo: Si dice che sia il secondo album il più difficile nella carriera di un’ artista ma per gli Arctic Monkeys non è stato così, il loro secondo album “Favourite Worst Nightmare” uscì sulla scia del successo del clamoroso (per certi versi) debutto e non ebbe grosse difficoltà. Per gli Arctic Monkeys è questo l’album più difficile sia perchè presenta per la prima volta una vera svolta sonora, sia perchè a questo giro il successo è tutt’ altro che scontato. Se nei primi due dischi la band aveva saputo creare un personale trademark fatto di brani veloci, di linee vocali serrate e poco melodiche (ma comunque orecchiabili), “Humbug” allarga gli orizzonti con pezzi dal sapore vagamente psichedelico (la mano di Josh Homme si sente) e molto (forse troppo) retrò, riprendendo in parte il mix già sviluppato dai The Coral. In questo senso il progetto “Last Shadow Puppets” poteva essere un primo campanello d’allarme. Chiariamo subito, per quanto riguarda l’articolazione compositiva dei brani e la maturità artistica, “Humbug” rappresenta un grosso salto in avanti, l’impressione però è che in questi 10 brani non ci sia realmente qualcosa di memorabile o di degno di nota e che manchi quel qualcosa (anche non strettamente musicale) che ha fatto la fortuna dei primi due dischi. Se volessimo fare un paragone, lo potremmo fare con gli Oasis: dopo un’ inizio fulminante hanno tentato nuove vie con risultati meno convincenti rispetto a quelli ottenuti con la semplicità musicale degli esordi. Disco di transizione e coraggioso, che ha forse il suo grande pregio non nelle singole canzoni ma nel mood generale, che riesce a trasportare l’ascoltatore su una spiaggia immaginaria (meglio se americana) in una fredda notte autunnale in mezzo ad un alone di mistero.
Lista tracce - Voto:
My Propeller - 7
Crying Lightning - 7
Dangerous Animals - 6 (Peggior Traccia)
Secret Door - 6
Potion Approaching - 6
Continua a leggere: "Humbug" è l'album della maturità degli Arctic Monkeys ma...

Presentazione: “West Ryder Pauper Lunatic Asylum” (che titolo!) è il terzo atto della carriera dei Kasabian.
Giudizio complessivo: Era il 2004 quando il debutto dei Kasabian arrivò come un fulmine a ciel sereno, tanto che in molti si chiesero se da lì a poco sarebbe scoppiato un “madchester-revival”. Era un album con influenze piuttosto chiare: un mix riuscito quanto tutto sommato personale di Stone Roses, Primal Scream, Cooper Temple Clause, Kula Shaker, Oasis e “chemical beats”. Il successivo “Empire”, seppur un po’ pasticciato, confermò che i Kasabian non erano una delle tante meteore dell’ indie-rock. Ed ecco che oggi, a tre anni di distanza, torniamo a parlare di loro con un album che ne è la riconferma e che riesce a togliere una volta per tutte ogni dubbio sulla band: i Kasabian ci sanno fare e sono destinati ad una grande carriera (se non si sciolgono…). Ormai il loro sound è un vero marchio di fabbrica ed è uno dei più riusciti incroci fra atmosfere retro-rock e moderni beat dance (qui tenuti più a freno a favore di suoni più acustici) di sempre. Ora sta a Pizzorno e soci a non trasformare questa loro peculiarità in un arma a doppio taglio (leggasi ripetitività, leggasi Placebo).
Lista tracce - Voto:
Underdog - 8 (Miglior Traccia)
Fire - 7
Ladies and Gentlemen (Roll the Dice) - 6
Secret Alphabets - 6
Take Aim - 7
Swarfiga - s.v.
Continua a leggere: Con "West Ryder Pauper Lunatic Asylum" i Kasabian rimangono a galla

Presentazione: Ecco “The Bachelor (Battle One)”, il quarto album del giovane e poliedrico cantautore inglese
Giudizio complessivo: Probabilmente siamo di fronte all’album definitivo di Patrick Wolf: dentro c’è quasi tutto quello che Patrizio Lupo ha fatto fino ad oggi, gli anni ‘80, le melodie pop, l’elettronica, il folk, il glam, il romanticismo, gli arrangiamenti da urlo, l’enfasi e il cyberpunk, il tutto portato ad un nuovo livello qualitativo. Con “The Bachelor” Patrick Wolf fa quattro su quattro, un’ impresa difficilmente riscontrabile al giorno d’oggi e, come Bat For Lashes, dimostra che si può fare musica “pop” interessante anche in un’ epoca in cui il termine “pop” è spesso sinonimo di bassezza musicale. Potrebbe tranquillamente diventare il nuovo David Bowie e al momento manca solo la “Space Oddity” del caso, ovvero la prima hit…chissà se sarà “Hard Times”. Piccolo rammarico per la copertina: un disco di questo spessore avrebbe meritato una copertina diversa.
Lista tracce - Voto:
Kriegspeil - s.v.
Hard Times - 8 (Miglior Traccia)
Oblivion - 7
The Bachelor - 7
Damaris - 8
Thickets - 7
Count the Casualty - 8
Continua a leggere: Patrick Wolf ritorna alla grande con il bellissimo "The Bachelor"

Presentazione: “Monoliths & Dimensions” è il settimo album della drone band per eccellenza: i Sunn O)))
Giudizio complessivo: Spesso si dice “o si ama o si odia”, bene credo che non ci sia frase migliore per descrivere il sound dei Sunn O))). Chi li odia probabilmente fatica a capire il concetto di musica che sta dietro ai Sunn O))), musica veramente difficile, l’estremizzazione del doom metal, l’elogio della lentezza e del rumore. I Sunn O))) da una decina d’anni producono con alti e bassi lavori interessanti quanto ostici, ma questo “Monoliths & Dimensions” forse ad oggi è il loro album più “accessibile”… ed è tutto dire. Rimangono le distorsioni, le chitarre “toccate” una volta ogni 10 secondi, l’atmosfera nera e senza scampo, come la bellissima copertina suggerisce. La grandezza sta proprio nell’andare oltre al concetto di musica e quando si è davanti ad un lavoro come “Monoliths & Dimensions” è veramente difficile capire se si è davanti ad un capolavoro o a qualcosa di indecifrabile, per questo motivo in questa scheda non assegno voti ma mi limito esclusivamente a consigliare l’ascolto dell’album, anche solo per semplice curiosità.
Lista tracce
Aghartha - s.v.
Big Church - s.v.
Continua a leggere: Sunn O))): "Monoliths & Dimensions" è... monolitico

Presentazione: Ecco “The Pariah, The Parrot, The Delusion”, il quarto album della band californiana.
Giudizio complessivo: Ammetto che per quanto mi riguarda l’attesa per il nuovo album dei Dredg era veramente tanta, visto che considero il loro “El Cielo” (2002) uno dei migliori album della decade. L’ultimo album, “Catch Without Arms”, pur risultando comunque un ottimo disco, aveva alcuni sintomi di una flessione creativa. Sintomi che in “The Pariah, The Parrot, The Delusion” diventano ancora più evidenti: alcuni pezzi (”Saviour”, “I Don’t Know”) sono davvero esageratamente “easy”, mentre altri risultano poco a fuoco e meno ispirati del solito. Specie nei pezzi strumentali (”Stamp of Origin”, “Down to the Cellar”) comunque non mancano quei colpi di classe che in passato mettevano i brividi, il che fa aumentare ancora maggiormente l’amarezza verso “The Pariah, The Parrot, The Delusion”, perchè sono una band dalle potenzialità enormi. Insomma se confrontato con un album come “El Cielo”, c’è tanta “delusion”, ciò nonostante non me la sento di stroncare un album che in ogni caso è una spanna sopra a molte delle uscite discografiche di quest’anno.
Lista tracce - Voto:
Pariah - 7
Drunk Slide - 7
Ireland - 7
Stamp of Origin - Pessimistic - s.v.
Lightswitch - 7
Gathering Pebbles - 6
Information - 7
Stamp of Origin - Ocean Meets Bay - s.v.