
“I Bad Brains sono la più grande live band di sempre” - Dave Grohl
Afroamericani che fanno punk? Immaginatevi la bianchissima scena di Washington D.C. tra il finire degli anni ‘70 e i primi anni ‘80. Immaginatevi un gruppo che arriva dalla jazz-fusion e dal progressive, musicisti tecnicamente preparatissimi che si innamorano dei Black Sabbath e dei Ramones e decidono di cambiare radicalmente genere musicale.
C’è già abbastanza materiale biografico per rendere una band ‘di culto’. Eppure non è tutto. Immaginatevi un gruppo che viene bandito da molti locali della sua città natale -Washington, appunto- e si trova costretta a trasferirsi a New York, in una specie di apartheid musicale (ci scriveranno anche un brano, intitolato “Banned in D.C.”). Ora immaginateveli rastafariani. Sembra un rilancio all’ultima assurdità. Invece sono i Bad Brains: una delle band punk-hardcore più importanti, influenti e talentuose che abbiano mai calcato i palcoscenici.
Due dischi fondamentali per conoscerli. Due dischi che hanno influenzato tantissimi artisti che non mancano di citarli. “I against I”, innanzi tutto. Connubio praticamente perfetto tra punk e hardcore melodico. E “Rock For Light”: un monumento al reggae incrociato con il punk (e prodotto da un insospettabile Ric Ocasek dei Cars!). Un disco incredibile, anche riascoltato a distanza di anni: potente e innovativo, senza il quale molta della musica attuale non sarebbe neanche lontanamente immaginabile.

C’era nell’aria una gran voglia di cambiamento. Sempre più spesso ci trovavamo a suonare un miscuglio di generi che si allontana non poco dalla tipica struttura pop/punk che in parte ci appartiene. Era qualcosa di “folle”. Inoltre gli ascolti si sono spostati verso altri lidi, non si può negare. Radio Tre, per esempio, ci presenta da anni nuovi mondi musicali, l’Africa in primis. Difficile rimanere indifferenti alle culture lontane dalla nostra per un gruppo così curioso. E forse un ulteriore perché, a dire il vero, non c’è. (via)
Riassume così, Enrico Molteni la svolta di “Primitivi Del Futuro” il sesto album in arrivo il prossimo 5 marzo, per il Tre Allegri Ragazzi Morti, la band di Davide Toffolo. Il terzetto di Pordenone si è affidato per la prima volta a un produttore, proprio per assecondare le nuove sonorità: la scelta è caduta su Paolo Baldini, artefice in passato del sound degli Africa Unite (oltre che di B.R. Stylers e Dub Sync).
Il disco, fatto di ritmi in levare e sfumature caraibiche, sonorità dub e ritmiche jamaicane, è stato masterizzato ai Wolf Studios di Brixton (il quartiere giamaicano della capitale britannica), da cui sono uscite alcune delle produzioni più innovative degli ultimi anni (Stereolab e Jim O’Rourke) e che ha caratterizzato il sound di molti album ska e nu-soul.
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E’ capitato soltanto pochi giorni fa ai connazionali Klaxons, oggi la stessa brutta sorte colpisce anche lei: Amy Winehouse si è vista stroncare senza appello tutto il materiale per il nuovo album inciso sull’ isola dei Caraibi dalla quale è da poco tornata.
Secondo il tabloid “The Sun” la Wino, rientrata a Londra dopo mesi di relax a Santa Lucia, avrebbe sottoposto ai boss della Island Records dei demo da sviluppare e poi inserire nel disco. Ma questi dopo il primo ascolto sono stati scartati brutalmente dall’ etichetta!
Il motivo? Le canzoni sarebbero troppo diverse da quelle che si aspettavano, avrebbero testi esageratamente dark, con palesi rimandi al turbolento marito Blake e alle brutte storie che lo coinvolgono. Inoltre lo stile dei pezzi si sarebbe staccato esageratamente dal soul per abbracciare sonorità reggae, tipiche dei posti in cui è stata al mare.
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Da qualche tempo è uscito “DubXanne - Police in Dub“, un tributo ai Police virato al reggae. Si tratta di un progetto che vede insieme diversi esponenti del genere, in una rilettura di 13 classici dei Police.
Un po’ come era già avvenuto per i Pink Floyd (in The Dub Side Of The Moon) e per i Radiohead (in Radiodread), in altrettanti dischi curiosi e godibilissimi in cui i brani delle rock band prendevano forma e suoni dub. In questo caso forse il lavoro è stato più semplice, in fondo la band di Sting s’è spesso ispirata al sound giamaicano.
Un assaggio, la “Message in a bottle” che vede la partecipazione di Earl 16, lo potete scaricare gratuitamente dal sito dedicato, dove eventualmente si può anche acquistare il disco. Di seguito intanto vi riportiamo il video di presentazione del progetto.
Parlare di reggae vuol dire parlare di musica politicamente consapevole. Le sfumature ideologiche che passano attraverso questo genere musicale hanno ancora oggi per il grande pubblico esempi celebri (imbattuti in fama) come Bob Marley e Peter Tosh, pionieri del genere musicale e portatori di ideali d’amore e di pace. Il reggae però ha avuto (ed ha ancora oggi anche se in minor parte) un altro connotato tematico dilagante: parlare male degli omosessuali, talmente male da evocarne in varia maniera anche la morte.
Peter Tatchell, attivista che da anni lavora per i diritti civili specie omosessuali, ha lanciato con alcuni gruppi giamaicani la “Stop Murder Music”, una campagna che vuole arginare questo tipo di fenomeni convincendo molti dei più importanti cantanti reggae ad evitare nei concerti e nelle nuove produzioni brani omofobi. Un esempio riuscito sembra essere quello di Capleton, che in passato in un singolo del 2000 inneggiava alla possibilità che i gay venissero bruciati e uccisi.
La trasformazione dell’omofobia in rispetto in alcuni di questi artisti sembra essere radicale: basti pensare a Buju Banton, per molti l’erede di Bob Marley, che dopo tre anni dall’inizio della campagna “Stop murder music” sembra aver allargato finalmente le sue vedute. Un respiro di sollievo per gli omosessuali giamaicani che ancora vivono leggi molto restrittive ( addirittura pre coloniali) su quella che nei loro territori viene definita ancora “sodomia”, subendo tra l’altro per questo motivo violenze incentivate (secondo alcuni) da questa indelicata “sfumatura” musicale. Grazie a questa campagna si stimano ad oggi alcune centinaia di concerti chiusi e sponsor persi, per un danno agli artisti di 5 milioni di dollari. Tatchell dichiara:
“E’ un passo positivo il fatto che quattro dei più importanti artisti reggae condannino la violenza anti-gay. Non siamo contro il reggae o la dancehall - sono generi fantastici - ma il nostro obiettivo è che il minor numero di artisti usi la musica per incitare la violenza.”
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