
Molti provider nord americani sono stati obbligati a prendere provvedimenti contro quegli utenti che avevano scaricato materiale illegale, e Paul McGuinness, il manager degli U2, ha colto la palla al balzo per continuare la sua personale crociata contro la musica scaricata nel peer-to-peer. Dalle pagine del The Telegraph ha addirittura dichiarato che l’era dei download illegali sta per finire:
«Che i provider in North America siano stati obbligati a fermare i furti di materiale sotto copyright nelle proprie reti è un’ottima notizia. Lo spostamento da modi illegali a modi legittimi di comprare musica accadrà col tempo, è inevitabile»
McGuinness, manager della band irlandese sin dagli inizi, si dichiara soddisfatto e parla anche di “possibili sanzioni che servano da deterrente per coloro che ignoreranno gli avvertimenti”. Da tre anni il manager sta continuamente battendosi per questa causa, che sembra cominciare a dare i suoi frutti:
«È stato un processo atrocemente lento, ma è un passo importante nel dibattito internazionale sulla musica nell’era digitale. L’idea è che i provider debbano venire obbligati a fermare i furti nelle proprie reti sta cominciando a diffondersi a livello globale»
Premettendo che la nostra condanna alla pirateria è indiscutibile e netta, ci chiediamo comunque come a certa gente già miliardaria i soldi sembrino non bastare mai, e come i più attivi in questa lotta contro i download illegali siano sempre i nomi più grandi dell’industria…
Che ne pensate?

Dopo una lunga serie di processi intentati dalle major discografiche contro LimeWire, il creatore del servizio di filesharing Mark Gorton ha deciso di accordarsi per un risarcimento di 105 milioni di dollari e mettere fine ad ogni strascico legale.
L’ultimo della serie di processi contro LimeWare era cominciato lo scorso 2 maggio, ma evidentemente Gorton ha capito che la sua posizione non era delle più favorevoli e ha preferito seguire la strada dell’accordo privato. La Recording Industry of America (RIAA), che rappresenta varie major come Warner e Sony Music, ha già percepito il risarcimento.
L’inizio della storia risale all’ottobre 2010, quando LimeWire è stato costretto alla chiusura da un giudice della corte federale. Mitch Bainwol, manager della RIAA, si è dichiarato soddisfatto:
«Siamo felici di aver raggiunto un accordo monetario dopo che la corte aveva trovato LimeWire e il suo fondatore Mark Gordon responsabili per infrangimento dei diritti d’autore. Come la corte ha avuto modo di capire durante le scorse due settimane, LimeWire ha inferto terribili danni alla comunità musicale, contribuendo a far perdere migliaia di posti di lavoro e riducendo le possibilità per gli artisti emergenti»
via | NME

Paul Guinness, manager degli U2, si è espresso contro i download di musica illegale proponendo agli internet provider di risolvere il problema alla radice impedendo agli utenti di accedere a quei siti che li facilitano. Dalle pagine di GQ ha dichiarato:
«Sono convinto che gli ISP non stiano facendo nulla per aiutare l’industria della musica e dei film. Ci sono cose che vanno forzate con le leggi. Il presidente Sarkozy ha capito il problema quando è diventato il primo capo di stato a sostenere leggi che obblighino gli ISP a ridurre la pirateria in Francia»
«In Gran Bretagna l’hanno capito la maggior parte dei partiti politici. Dopo l’approvazione della legge anti-pirateria di aprile (Digital Economy Act), il Regno Unito e la Francia hanno ora i migliori ambienti legali al mondo per ricostruire il disastrato business della musica»
«Vedo un futuro dove clienti privati pagheranno un abbonamento per un servizio sulla falsariga di Spotify, oppure pagheranno un servizio compreso nella bolletta della loro connessione a banda larga a ISP come Sky o Virgin Media»
Che ne dite?
Nel suo campo, Peter Jenner è una vera e propria istituzione: oltre ad aver organizzato il leggendario concerto dei Rolling Stones ad Hyde Park nel 1969, è stato il manager storico di gruppi come i Clash e i Pink Floyd che, inutile dirlo, non hanno di certo bisogno di presentazioni. Forte delle sue impareggiabili esperienze lavorative passate, Jenner è intervenuto al recente Westmister eForum per offrire il suo autorevole punto di vista sulla spinosa questione della pirateria musicale, o meglio, del “file sharing” inteso come fenomeno culturale prima ancora che criminale:
“Se teniamo fede ad una legge sul copyright, cioè un qualcosa che cerca di legiferare sul sacrosanto diritto a copiare, è inutile dire che stiamo percorrendo un vicolo cieco che non ci può portare da nessuna parte: è come cercare di amministrare il traffico aereo con delle leggi sul trasporto ferroviario, non si può controllare il diritto delle persone a scaricare, gestire e copiare file con il proprio computer, è una questione di democrazia e di cultura. Piuttosto, cerchiamo invece di sviluppare nuovi modelli di business musicale, dato che tutti i tentativi di bloccare il file sharing in ogni sua forma e dimensione sono sicuramente destinati a fallire.
Dobbiamo riformare l’industria discografica: oggi le major detengono diritti quasi monopolistici sui propri artisti sotto contratto, vedono i loro dischi come ‘prodotti’ e non come ’servizi’. Possiamo agire in tantissimi modi, ad esempio accordandoci con i fornitori di servizi internet a banda larga o introducendo abbonamenti semestrali o annuali a determinati siti di file sharing, un pò come accade adesso con RapidShare. Basta anche solo una sterlina per ogni persona che utilizza internet per scaricare file musicali ‘non autorizzati’, per avere un ritorno di decine di milioni di sterline per ripagare indirettamente gli artisti.”
Secondo Jenner, quindi, le case discografiche e i musicisti devono scendere a compromessi e cambiare totalmente il proprio punto di vista sul file sharing, considerandolo non più come il prodotto di una mente criminale ma come un potentissimo strumento per raggiungere milioni e milioni di utenti grazie alla magia della condivisione.
Avvertiti dai colleghi del Daily Star che il loro prossimo album, “Night Work”, pur essendo previsto in uscita il prossimo 25 giugno è già disponibile per intero nei circuiti illegali di P2P in Rete, gli Scissor Sisters non hanno fatto una piega, anzi, paradossalmente si sono detti felici del “furto”! Il motivo di una simile e anomala contentezza ce lo spiega direttamente Jake Shears, il cantante del gruppo glam rock statunitense:
“L’immissione prematura in Rete del nostro nuovo album mi eccita perchè la risposta degli utenti che l’hanno scaricato ed ascoltato è assolutamente positiva. Io stesso ho fatto un giretto tra i siti underground che parlano già del nostro ‘Night Work’ dopo averlo scaricato e non c’è nessun commento negativo al nostro lavoro. Il parere di queste persone per noi è importantissimo, perchè di solito solo i fans più accesi si prendono la briga di scaricare un album ancor prima che sia uscito. Poi magari alcuni di loro l’album non lo compreranno, ma intanto cominciano a parlarne con i loro amici e danno inizio ad un passaparola che per noi è la migliore delle pubblicità.”
Per la serie: non tutto il male viene per nuocere…
L’eterno scontro tra chi difende con tutte le proprie forze il copyright e chi, viceversa, lo combatte strenuamente attraverso la pirateria digitale (musicale e non), raggiunge quest’oggi un nuovo livello: stamattina, infatti, l’International Anti-Piracy Caucus, un gruppo bicamerale e bipartisan realizzato da molti membri del Congresso degli Stati Uniti per proteggere le proprietà intellettuali, ha stilato quella che può essere tranquillamente definita “la lista nera” dei sei portali telematici più pericolosi per il copyright.
Sfogliando questo documento, davvero tante sono le sorprese che ci si parano dinanzi: accanto all’ovvia presenza di siti dalla popolarità internazionale come IsoHunt, RapidShare e The Pirate Bay, infatti, troviamo Baidu (il concorrente diretto di Google in Cina), MP3fiesta (un sito ucraino che in questi mesi è andato a ricoprire velocemente la “nicchia piratesca” lasciata scoperta da AllofMP3) ed infine RMX4U (un portale lussemburghese specializzato in black music che sta crescendo a ritmi pericolosamente alti per via dell’addomesticamento di Mininova e LimeWire).
Da questa “lista nera” piena di siti P2P di seconda e terza generazione, quindi, possiamo trarre una semplice conclusione: finchè non si troverà una soluzione più o meno definitiva al problema della pirateria digitale, ad ogni portale illecito chiuso se ne apriranno altri dieci pronti a tutto pur di sfidare i detentori del copyright sul proprio stesso campo.
via | Ars Technica
Come ogni anno, l’Agenzia del Commercio degli Stati Uniti (USTR) analizza lo stato attuale della proprietà intellettuale nei vari paesi del mondo ed indica, attraverso un report denominato Special 301, quei Paesi che in materia legislativa e di strumenti messi in campo per contrastare il fenomeno della pirateria non hanno fatto abbastanza: indovinate un po’ in quale posizione può trovarsi l’Italia in questa specialissima classifica?
Mentre al livello massimo di “pericolosità” troviamo la Cina (che da sola produce il 79% dei prodotti contraffatti giunti negli States sia fisicamente che tramite la Rete), seguita da Russia, Algeria, Argentina, Cile, India, Indonesia, Pakistan, Thailandia, Venezuela e sorprendentemente dal Canada (che non ha ancora approvato una legge nazionale a tutela del copyright), il nostro Paese va a collocarsi sul gradino immediatamente inferiore di questa indecorosa classifica e va ad affiancare altri 28 Stati (dalla Spagna al Messico, dalla Norvegia alla Turchia) in quella che possiamo candidamente definire come una “lista d’osservazione”.
Il motivo principale che spinge a cadenza annuale la USTR a redigere questa “watch list” è semplice e tira direttamente in causa le grandi major ma anche, e soprattutto, i 18 milioni di americani che lavorano nella titanica “industria del copyright” (che va dai film alla musica, dai libri alle trasmissioni televisive) e che risultano poi essere i primi a subire la complicatissima logica che muove la pirateria in ogni sua forma e dimensione.
Mentre in Italia le più influenti case discografiche cercano di accordarsi con gli internet provider per offrire agli utenti un “lasciapassare” che gli permetta di scaricare lecitamente (ovviamente previo aumento, seppure minimo, del canone mensile d’abbonamento) tutto ciò che vogliono dal catalogo delle major coinvolte, in paesi come la Francia, la Corea del Sud e Taiwan si è cercato di limitare la pirateria (musicale e non) intervenendo direttamente sulla connessione delle persone scoperte nell’atto di servirsi illegalmente di programmi P2P.
Tale pratica, consegnata alla storia recente come “dottrina Sarkozy”, trova però una strenua opposizione nei legislatori e nei giudici dell’Unione Europea, così come possono dimostrare le seguenti dichiarazioni di Karel De Gucht, Commissario Europeo per il Commercio:
“La Comunità Europea non appoggia e non accetta l’idea che un’eventuale intesa nel quadro dell’ACTA (gli accordi commerciali anticontraffazione) crei l’obbligo di disconnettere i privati cittadini da Internet in conseguenza di un’attività di download illegale. La regola dei ‘tre colpi’ (ossia delle tre metodologie di disconnessione adottate dal governo francese) o dei sistemi di risposta graduale non rivestono carettere obbligatorio in ambito europeo. I paesi membri dell’Unione si approcciano alla tematica in modi differenti, il nostro compito non è quello di obbligare nè di appiattire la discussione ma quello di conservare questa flessibilità.”
Per il momento, quindi, non verrà emanata alcuna legge comunitaria che obblighi gli stati membri a recepire una norma anti-pirateria che, se fosse formulata in modo simile a quella che c’è attualmente in Francia, permetterebbe a tutti i fornitori di servizi internet di scandagliare il traffico dati di tutti gli utenti collegati, violandone in perpetuo il diritto alla privacy.
Rudy Zerbi, presidente di Sony Music Italia conosciuto al grande pubblico per la sua partecipazione (in veste di giudice) al talent show Italia’s got Talent, nel corso di un’intervista concessa al sito ufficiale della Polizia di Stato si è detto assolutamente favorevole ad una strategia di contrasto alla pirateria musicale che coinvolga costruttivamente i fornitori di servizi internet a banda larga:
“Prima di tutto sono colpiti quelli che la musica la amano. Infatti, se come discografico, fino a 5/10 anni fa i margini della produzione mi consentivano di finanziare tutta una attività di sperimentazione che offriva un’opportunità di lancio per giovani artisti sconosciuti, oggi tutto ciò non è più possibile. Quindi il danno non è solo industriale ma anche artistico, perchè si riducono gli spazi per tanti giovani talenti di farsi sentire e vedere.
Ormai la svolta sta solo nella possibilità di stringere accordi, come avviene nelle trasmissioni delle tv satellitari, con i principali internet service provider e, per una cifra aggiuntiva mensile o annuale di pochi euro, permettere all’utente di avere a disposizione l’intero catalogo dei produttori musicali con un download ufficiale e garantito, anzichè cercare file rubati. In questa direzione ormai stiamo lavorando. Siamo in contatto con diversi provider nazionali e questo è l’unico modo per conciliare legalità e appassionati della musica.”
In questo modo, afferma Zerbi, si potrebbe facilmente ovviare anche al fastidiosissimo problema dei virus contratti da quegli utenti che, illecitamente, attingono da siti e programmi di file sharing per carpire quotidianamente brani protetti da copyright. E voi, cosa ne pensate al riguardo?
La pirateria non sta assolutamente uccidendo la musica: ad esserne sicuro è Ed O’Brien, il chitarrista dei Radiohead che, partecipando al Midem di Cannes, è ritornato sull’annosa questione che vede contrapposta l’industria musicale al P2P illegale di contenuti protetti da copyright.
“Devo ammettere che ho un pò di problemi quando mi tocca ascoltare il parere di discografici che vengono da me affermando che la pirateria sta assassinando la musica e di conseguenza i loro affari. Il mio punto di vista è che si, i pirati non comprano i dischi che scaricano tramite il P2P, ma comunque reinvestono i loro soldi andando a vedere più concerti, o comprando semplicemente più magliette dei loro cantanti e gruppi preferiti.
Non dimentichiamo che siamo nell’era digitale, e che i discografici, per rimanere a galla, devono rimodulare il loro modello di business esattamente come in qualsiasi altro settore coinvolto dall’avvento di Internet. Qualche idea al riguardo? Bisogna dare spazio ad artisti e generi musicali considerati attualmente di nicchia, e c’è da riorganizzare i siti che vendono legalmente album e brani, proponendoli al pubblico ad un prezzo equo per concorrere concretamente con il P2P, altrimenti la gente continuerà giustamente a reagire all’ottusità dell’industria musicale sentendosi in diritto di scaricare canzoni senza pagare nulla.”
E voi, cosa ne pensate al riguardo?
via | Midem