Nel suo campo, Peter Jenner è una vera e propria istituzione: oltre ad aver organizzato il leggendario concerto dei Rolling Stones ad Hyde Park nel 1969, è stato il manager storico di gruppi come i Clash e i Pink Floyd che, inutile dirlo, non hanno di certo bisogno di presentazioni. Forte delle sue impareggiabili esperienze lavorative passate, Jenner è intervenuto al recente Westmister eForum per offrire il suo autorevole punto di vista sulla spinosa questione della pirateria musicale, o meglio, del “file sharing” inteso come fenomeno culturale prima ancora che criminale:
“Se teniamo fede ad una legge sul copyright, cioè un qualcosa che cerca di legiferare sul sacrosanto diritto a copiare, è inutile dire che stiamo percorrendo un vicolo cieco che non ci può portare da nessuna parte: è come cercare di amministrare il traffico aereo con delle leggi sul trasporto ferroviario, non si può controllare il diritto delle persone a scaricare, gestire e copiare file con il proprio computer, è una questione di democrazia e di cultura. Piuttosto, cerchiamo invece di sviluppare nuovi modelli di business musicale, dato che tutti i tentativi di bloccare il file sharing in ogni sua forma e dimensione sono sicuramente destinati a fallire.
Dobbiamo riformare l’industria discografica: oggi le major detengono diritti quasi monopolistici sui propri artisti sotto contratto, vedono i loro dischi come ‘prodotti’ e non come ’servizi’. Possiamo agire in tantissimi modi, ad esempio accordandoci con i fornitori di servizi internet a banda larga o introducendo abbonamenti semestrali o annuali a determinati siti di file sharing, un pò come accade adesso con RapidShare. Basta anche solo una sterlina per ogni persona che utilizza internet per scaricare file musicali ‘non autorizzati’, per avere un ritorno di decine di milioni di sterline per ripagare indirettamente gli artisti.”
Secondo Jenner, quindi, le case discografiche e i musicisti devono scendere a compromessi e cambiare totalmente il proprio punto di vista sul file sharing, considerandolo non più come il prodotto di una mente criminale ma come un potentissimo strumento per raggiungere milioni e milioni di utenti grazie alla magia della condivisione.
L’eterno scontro tra chi difende con tutte le proprie forze il copyright e chi, viceversa, lo combatte strenuamente attraverso la pirateria digitale (musicale e non), raggiunge quest’oggi un nuovo livello: stamattina, infatti, l’International Anti-Piracy Caucus, un gruppo bicamerale e bipartisan realizzato da molti membri del Congresso degli Stati Uniti per proteggere le proprietà intellettuali, ha stilato quella che può essere tranquillamente definita “la lista nera” dei sei portali telematici più pericolosi per il copyright.
Sfogliando questo documento, davvero tante sono le sorprese che ci si parano dinanzi: accanto all’ovvia presenza di siti dalla popolarità internazionale come IsoHunt, RapidShare e The Pirate Bay, infatti, troviamo Baidu (il concorrente diretto di Google in Cina), MP3fiesta (un sito ucraino che in questi mesi è andato a ricoprire velocemente la “nicchia piratesca” lasciata scoperta da AllofMP3) ed infine RMX4U (un portale lussemburghese specializzato in black music che sta crescendo a ritmi pericolosamente alti per via dell’addomesticamento di Mininova e LimeWire).
Da questa “lista nera” piena di siti P2P di seconda e terza generazione, quindi, possiamo trarre una semplice conclusione: finchè non si troverà una soluzione più o meno definitiva al problema della pirateria digitale, ad ogni portale illecito chiuso se ne apriranno altri dieci pronti a tutto pur di sfidare i detentori del copyright sul proprio stesso campo.
via | Ars Technica
Come ogni anno, l’Agenzia del Commercio degli Stati Uniti (USTR) analizza lo stato attuale della proprietà intellettuale nei vari paesi del mondo ed indica, attraverso un report denominato Special 301, quei Paesi che in materia legislativa e di strumenti messi in campo per contrastare il fenomeno della pirateria non hanno fatto abbastanza: indovinate un po’ in quale posizione può trovarsi l’Italia in questa specialissima classifica?
Mentre al livello massimo di “pericolosità” troviamo la Cina (che da sola produce il 79% dei prodotti contraffatti giunti negli States sia fisicamente che tramite la Rete), seguita da Russia, Algeria, Argentina, Cile, India, Indonesia, Pakistan, Thailandia, Venezuela e sorprendentemente dal Canada (che non ha ancora approvato una legge nazionale a tutela del copyright), il nostro Paese va a collocarsi sul gradino immediatamente inferiore di questa indecorosa classifica e va ad affiancare altri 28 Stati (dalla Spagna al Messico, dalla Norvegia alla Turchia) in quella che possiamo candidamente definire come una “lista d’osservazione”.
Il motivo principale che spinge a cadenza annuale la USTR a redigere questa “watch list” è semplice e tira direttamente in causa le grandi major ma anche, e soprattutto, i 18 milioni di americani che lavorano nella titanica “industria del copyright” (che va dai film alla musica, dai libri alle trasmissioni televisive) e che risultano poi essere i primi a subire la complicatissima logica che muove la pirateria in ogni sua forma e dimensione.
Mentre in Italia le più influenti case discografiche cercano di accordarsi con gli internet provider per offrire agli utenti un “lasciapassare” che gli permetta di scaricare lecitamente (ovviamente previo aumento, seppure minimo, del canone mensile d’abbonamento) tutto ciò che vogliono dal catalogo delle major coinvolte, in paesi come la Francia, la Corea del Sud e Taiwan si è cercato di limitare la pirateria (musicale e non) intervenendo direttamente sulla connessione delle persone scoperte nell’atto di servirsi illegalmente di programmi P2P.
Tale pratica, consegnata alla storia recente come “dottrina Sarkozy”, trova però una strenua opposizione nei legislatori e nei giudici dell’Unione Europea, così come possono dimostrare le seguenti dichiarazioni di Karel De Gucht, Commissario Europeo per il Commercio:
“La Comunità Europea non appoggia e non accetta l’idea che un’eventuale intesa nel quadro dell’ACTA (gli accordi commerciali anticontraffazione) crei l’obbligo di disconnettere i privati cittadini da Internet in conseguenza di un’attività di download illegale. La regola dei ‘tre colpi’ (ossia delle tre metodologie di disconnessione adottate dal governo francese) o dei sistemi di risposta graduale non rivestono carettere obbligatorio in ambito europeo. I paesi membri dell’Unione si approcciano alla tematica in modi differenti, il nostro compito non è quello di obbligare nè di appiattire la discussione ma quello di conservare questa flessibilità.”
Per il momento, quindi, non verrà emanata alcuna legge comunitaria che obblighi gli stati membri a recepire una norma anti-pirateria che, se fosse formulata in modo simile a quella che c’è attualmente in Francia, permetterebbe a tutti i fornitori di servizi internet di scandagliare il traffico dati di tutti gli utenti collegati, violandone in perpetuo il diritto alla privacy.
Rudy Zerbi, presidente di Sony Music Italia conosciuto al grande pubblico per la sua partecipazione (in veste di giudice) al talent show Italia’s got Talent, nel corso di un’intervista concessa al sito ufficiale della Polizia di Stato si è detto assolutamente favorevole ad una strategia di contrasto alla pirateria musicale che coinvolga costruttivamente i fornitori di servizi internet a banda larga:
“Prima di tutto sono colpiti quelli che la musica la amano. Infatti, se come discografico, fino a 5/10 anni fa i margini della produzione mi consentivano di finanziare tutta una attività di sperimentazione che offriva un’opportunità di lancio per giovani artisti sconosciuti, oggi tutto ciò non è più possibile. Quindi il danno non è solo industriale ma anche artistico, perchè si riducono gli spazi per tanti giovani talenti di farsi sentire e vedere.
Ormai la svolta sta solo nella possibilità di stringere accordi, come avviene nelle trasmissioni delle tv satellitari, con i principali internet service provider e, per una cifra aggiuntiva mensile o annuale di pochi euro, permettere all’utente di avere a disposizione l’intero catalogo dei produttori musicali con un download ufficiale e garantito, anzichè cercare file rubati. In questa direzione ormai stiamo lavorando. Siamo in contatto con diversi provider nazionali e questo è l’unico modo per conciliare legalità e appassionati della musica.”
In questo modo, afferma Zerbi, si potrebbe facilmente ovviare anche al fastidiosissimo problema dei virus contratti da quegli utenti che, illecitamente, attingono da siti e programmi di file sharing per carpire quotidianamente brani protetti da copyright. E voi, cosa ne pensate al riguardo?

Al di là di polemiche e mancate partecipazioni, di scandali e di una line-up invasa dai talent show, Sanremo continua ad essere uno dei momenti più importanti per fare il punto della situazione sulla musica in Italia. Almeno su quella che riesce a conquistare le classifiche di vendita.
Forse non c’è da stare troppo allegri, vista l’offerta. Soprattutto in un periodo ‘di magra’ come questo (colpa della pirateria, della SIAE, delle major? C’è solo l’imbarazzo della scelta), ci si aspetterebbe una maggiore attenzione dei discografici nella ricerca di qualcosa di nuovo da proporre in un mercato decisamente ’stanco’.
Eppure in situazioni simili, dare uno sguardo al passato non può fare che bene, anche per rendersi conto di come si è arrivati allo stadio attuale. Ci viene in aiuto Hit Parade Italia, un sito che archivia, per anno, tutte le classifiche di singoli e album che sono usciti nel paese del ‘bel canto’.
Continua a leggere: Hit Parade Italia: tutta la musica delle classifiche italiane

Conta già importanti adesioni tra gli artisti e le rispettive etichette la Rough Trade con gli The Strokes e i Mystery Jets, la 4AD con i The Big Pink e i TV On The Radio, la Matador Records con i Sonic Youth e la XL Recordings con Vampire Weekend e MIA. Eppure il MusicDNA è un formato destinato da subito a far discutere.
Capace di immagazzinare musica, video, testo, immagini e feed, tutti in un unico file fino a 32Gb di dimensioni, MusicDNA è il formato che promette di rivoluzionare il mercato dell’industria musicale. Come una sorta di widget, potrà essere aggiornato ogni qualvolta l’utente lo desideri con tutte le novità dell’artista prescelto.
Nato dall’esperienza di Dagfinn Bach, padre putativo del primo lettore Mp3, MusicDNA annovera tra gli investitori anche Karlheinz Brandeburg, uno degli inventori del formato Mp3, insieme all’ingegnere italiano Leonardo Chiariglione. Questo gli garantisce una buona qualità audio e, contemporaneamente, un flusso di informazioni che vengono ‘linkate’ al semplice file musicale.
Continua a leggere: MusicDNA contro mp3: ne rimarra solo uno (?)
La pirateria non sta assolutamente uccidendo la musica: ad esserne sicuro è Ed O’Brien, il chitarrista dei Radiohead che, partecipando al Midem di Cannes, è ritornato sull’annosa questione che vede contrapposta l’industria musicale al P2P illegale di contenuti protetti da copyright.
“Devo ammettere che ho un pò di problemi quando mi tocca ascoltare il parere di discografici che vengono da me affermando che la pirateria sta assassinando la musica e di conseguenza i loro affari. Il mio punto di vista è che si, i pirati non comprano i dischi che scaricano tramite il P2P, ma comunque reinvestono i loro soldi andando a vedere più concerti, o comprando semplicemente più magliette dei loro cantanti e gruppi preferiti.
Non dimentichiamo che siamo nell’era digitale, e che i discografici, per rimanere a galla, devono rimodulare il loro modello di business esattamente come in qualsiasi altro settore coinvolto dall’avvento di Internet. Qualche idea al riguardo? Bisogna dare spazio ad artisti e generi musicali considerati attualmente di nicchia, e c’è da riorganizzare i siti che vendono legalmente album e brani, proponendoli al pubblico ad un prezzo equo per concorrere concretamente con il P2P, altrimenti la gente continuerà giustamente a reagire all’ottusità dell’industria musicale sentendosi in diritto di scaricare canzoni senza pagare nulla.”
E voi, cosa ne pensate al riguardo?
via | Midem
In un’intervista rilasciata al magazine politico e musicale irlandese Hot Press, il chitarrista degli U2 David Howell Evans (The Edge, per gli amici e per i milioni di fans) ha lanciato un appello alle istituzioni e agli ISP (Internet Service Provider) affinchè impediscano una volta per tutte ai pirati di scaricare illegalmente CD e brani musicali protetti da copyright:
“Nessuno sta investendo più nella musica: il mercato dei CD è al tracollo, e non si è ancora palesato un modello che lo possa sostituire in maniera convincente. Il fatto che si sia interrotto il flusso di credito all’industria musicale significa che nessuno più finanzierà tour, nessuno chiuderà più contratti discografici e editoriali, e nessuno farà più niente di ciò che serve fare per mandare avanti lo spettacolo da quando i Beatles si sono affacciati sul panorama mondiale. Al momento sembra che il modello imperante sia quello di vivere come parassiti, cercando ognuno di eliminare il proprio vicino per poter sopravvivere. E, come intuirete, non è un buon modello.
Gli Internet Service Provider reclamano a gran voce la loro innocenza. Certo, loro non fanno niente, anche di fronte a gente che si appropria indebitamente di opere di ingegno. Se si considera che quando si acquista un servizio internet si acquista una banda, che può essere usata in modo più o meno illecito, credo che i musicisti che si vedono defraudati della loro unica fonte di sostentamento dal download illegale abbiano le loro buone ragioni ad avercela con gli ISP. E non parlo del mio gruppo, ma di quelli più giovani, gli emergenti: per loro è fondamentale che la questione si risolva.”
via | Hot Press

Che il mercato musicale non sia proprio in un momento di ‘vacche grasse’ è risaputo. Colpa del web? Colpa della pirateria? Colpa forse anche un po’ di alcune etichette che guardano al profitto coi paraocchi per poi ritrovarsi con le tasche vuote (e i CD invenduti)? La questione meriterebbe approfondimenti che andrebbero ben oltre queste righe.
Intanto, c’è chi suda sul palco e fatica nell’ambito delle produzioni indipendenti, cercando non solo di resistere, ma di proporre la propria musica in modo onesto cercando di farsi venire qualche buona idea per non soccombere alle regole poco sane dell’industria musicale.
Ci provano anche gli Ex-Otago, band genovese di cui vi abbiamo già parlato in più occasioni, con l’iniziativa “Produci anche tu gli Ex-Otago”. Una sorta di ‘autoproduzione condivisa’ a cui chiunque può partecipare con un contributo economico. La band sta registrando il disco in Norvegia, con Paolo Bertolini, produttore dei Kings Of Convenience, nel frattempo, per garantire l’uscita e l’autonomia del progetto, potete supportarlo economicamente. Dopo il salto, i dettagli del progetto e il video di “Giorni Vacanzieri”.