Nonostante il singolo “I Want to Hold Your Hand” avesse appena venduto un milione e mezzo di copie e la trasferta fosse stata anticipata da cinque milioni di poster disseminati su tutto il territorio, i Beatles erano preoccupatissimi per il loro esordio negli Stati Uniti (fu proprio McCartney a confessare: “Hanno i loro gruppi. Cosa possiamo dargli che non abbiano già?”). Emozionati e imbarazzati, i quattro ragazzotti di Liverpool atterrarono al JFK di New York il 7 febbraio del 1964, ignari che avrebbero inaugurato la cosiddetta british invasion.
La frase di McCartney non era un semplice sfogo dettato dalla paura: i Beatles stavano in qualche modo tornando alle origini della loro musica. Erano cresciuti con il rock e il blues Made in USA e durante quel viaggio ebbero l’opportunità di conoscere due dei nomi che li avevano maggiormente influenzati: Elvis Presley e Bob Dylan. Fan devoti del primo, suonarono con lui per un’ora in una stanza che Presley stesso aveva voluto fosse riempita con un buon numero di chitarre. Avevano invece appena scoperto Dylan, di cui soprattutto Lennon e Harrison erano grandissimi ammiratori: l’influenza fu reciproca. Il cantato di Lennon diventò più nasale e disseminato del particolare modo di accentare le sillabe, Dylan ebbe di lì a poco la sua ’svolta elettrica’.
Due giorni dopo furono ospiti all’Ed Sullivan Show per una delle performance televisive più memorabili mai incise seguita dalla incredibile audience di 73 milioni di persone. Quarantotto ore più tardi, erano al Washington Coliseum per il loro primo live in terra statunitense. Ripartirono verso la fine del mese (il 22 febbraio). Il ritorno in patria lasciò ben pochi dubbi su quanto gli inglesi fossero disposti a perdonargli la fuga americana e ben felici di ritrovarli: ad attenderli all’aeroporto di Heathrow c’erano diecimila fan.
(Dopo il salto, trovate la seconda parte dello splendido documentario “Beatles - First U.S. visit” girato dai fratelli Albert e David Maysles che documentarono il tour)
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Fu il 9 settembre 1956, The day America was rocked. Tutto il 1956 fu un anno chiave per Elvis Presley: il 10 gennaio le prime registrazioni alla RCA di Nashville, il 27 di quel mese l’uscita del singolo di Heartbreak Hotel. E poi, la tv. Sempre a gennaio 1956, il 28, Elvis apparve sugli schermi degli americani per la prima volta allo Stage Show della CBS. L’album che si chiamerà come lui - quello con la cover leggendaria, omaggiata dai Clash in London Calling - uscì il 23 marzo di quell’anno. Ma è qualche mese dopo che ci fu un’apparizione televisiva entrata nella storia - insieme a quelle del Milton Berle Show di giugno, e dello Steve Allen Show a luglio, entrambe produzioni NBC - ed è l’ospitata del Re del Rock all’Ed Sullivan Show, trasmesso dalla CBS. Era il 9 settembre 1956, esattamente 55 anni fa.
Elvis finì da Sullivan anche per questioni di rivalità: per la prima volta - ospitando Presley - Allen era riuscito a sconfiggere sugli ascolti Sullivan, che non amava Elvis e lo considerava inadatto al suo pubblico. Ma quello smacco era intollerabile: Sullivan blindò la presenza di Elvis facendo staccare alla CBS un assegno di 50mila dollari per tre puntate. La prima, quella trasmessa oggi - ma 55 anni fa - fu vista da circa 60milioni di persone. Un numero che vuol dire poco senza una percentuale: 82,6%, l’audience di quella serata, gli americani che quella sera videro Elvis Presley. Ironia della sorte: la puntata non fu presentata da Ed Sullivan, ma da Charles Laughton, un attore che aveva preso il posto del consueto presentatore, in convalescenza dopo un incidente stradale. Sullivan in quel caso era arrivato tardi.
Si era fatto soffiare la novità dal rivale Allen, ma seppe rifarsi ospitando per primo un promettente gruppo di ragazzi di Liverpool. Erano i Beatles, ed era il 4 febbraio 1964. Il video è dopo il salto.
Continua a leggere: Elvis Presley all'Ed Sullivan Show il 9 settembre 1956
Di ballate Elvis ce ne ha lasciate tante. Basti pensare a “Can’t Help Falling In Love” e “I Can Dream”, brani da brividi, o alla notissima “Are You Lonesome Tonight?”: tra tutte forse è proprio la cover della canzone “Blue Moon”, scritta da Richard Rodgers e Lorenz Hart nel 1934, ad aver lasciato il segno.
Dopo tutti questi anni la versione ancora coinvolge, per lo stile malinconico. La canzone é stata scritta dagli autori Rodgers e Hart per il film della MGM intitolato “Hollywood Party,” e poi con testo diverso riadattata per il film del 1934 “Manhattan Melodrama” interpretato da Clark Gable. In seguito, viene inserita nell’album di debutto dell’artista intitolato “Elvis Presley”, pubblicato nel 1956.
E proprio nell’estate del 1954 che viene ripresa da Elvis, allora diciannovenne, il quale la registra ai Sun Studios di Memphis e con la sua voce sensuale la marchia per sempre. Era giovane ma già talentuoso. Quando la sento penso solo a questa versione…ma la voce di Elvis è magica. Ditemi voi se è così. Oppure quale altra ballad del Re del rock and roll amate?
Via | LaTimesBlog

Ricordate il film “La storia di Agnes Browne” in cui la protagonista interpretata da una brava Angelica Houston coltiva il desiderio di incontrare il suo idolo Tom Jones? Come ho amato quella storia forse perchè ho un debole per l’artista gallese.
Tom Jones, grande artista dalla voce tonante mi ha sempre affascinato per l’aria bonaria (ancor più spiccata oggi, uomo maturo con interessanti occhi azzurri e pizzetto bianco), il carisma, la voce possente che utilizza come il migliore strumento musicale. L’artista con oltre 40 anni di carriera alle spalle ha segnato gli ultimi decenni della storia della musica riuscendo a interpretare svariati stili musicali tra cui il pop, rock, country, dance e jazz. Attualmente si è dato al gospel, suo primo amore, con un magnifico album dal titolo “Praise and Blame” uscito appena due mesi fa.
Un altro punto a suo favore (almeno per me!) è che ha frequentato il grande Elvis Presley, suo amico, cosa che me lo fa amare ancor di più. Lo stesso Tom racconta spesso quando raggiungeva la suite dell’albergo di Elvis e improvvisavano delle session impressionanti, e quanto The King gli abbia dato.
Tra i primi successi di Jones c’è “It’s Not Unusual” scritto con Les Reed e uscito nel 1965, brano evergreeen da ascoltare e riascoltare ancora attualissimo. Ancora oggi quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto di quanto la canzone sia meravigliosa. E ancora “Green Green Grass of Home” o “What’s New Pussycat” sempre dello stesso anno, che gli danno grande notorietà.

Il grande Elvis Presley quest’anno avrebbe compiuto 75 anni, e quanto ci avrebbe dato in più se avesse avuto la possibilità di vivere la sua vita pienamente. Il ragazzo dagli occhi dolci e il fascino irresistibile, nato a Tupelo da una famiglia semplice e in ristrettezze economiche, era un tipo schivo e fuori dal comune per il suo modo di vestirsi, portare i capelli (con il lungo ciuffo) e la facilità con cui frequentava ogni genere di persone, di etnie e estrazioni diverse nonostante nel sud degli States si facesse molto caso alle differenze. Da lì nasce il suo dono nel mescolare generi e influenze diverse che spiccano dalle sue canzoni.
Tutto iniziò con la sua prima registrazione alla Sun Records di Sam Phillips di “My Happiness”(la potete ascoltare qui), un brano che avevo ascoltato alla radio che voleva dedicare alla madre. Sam Phillips, ascoltato il ragazzo, ne venne folgorato e comprese che aveva a che fare con un talento naturale.
“That’s All Right (Mama)”, “Blue Moon Of Kentucky”, “Good Rockin’ Tonight”, “Baby Let’s Play House”, sono i primi titoli che trascinarono il giovane Elvis, dalla voce suadente e una presenza scenica senza precedenti, tra le stelle della musica del sud degli States, tra i geni che hanno dato una svolta alla storia della musica. Tutti erano impressionati da questo ragazzo capace di cantare rock, blues, country con una naturalezza straordinaria facendo risuonare ogni brano in maniera indimenticabile. Ad accompagnare Elvis nella sua ascesa il mitico manager Tom Parker che capì subito le potenzialità e il suo innovativo stile nel cantare, diverso dalle tendenze di quel periodo. Il manager decise di portarlo in tv facendolo entrare nelle case di tutti gli americani, e al cinema facendogli interpretare quattro film tra il 1956 e il 1958.

Delirio di onnipotenza o consapevolezza espressa sopra le righe? Forse è un misto poco corretto delle due cose quello che risulta dalle dichiarazioni di Shawn Carter, alias Jay-Z, al numero di giugno del mensile “Max”.
Se hai bruciato tutti i record, stracciato gli altri MC e perfino diretto una casa discografica, cos’altro puoi fare? Risposta: incominci a misurarti con gli eroi del Pantheon.
Il punto è che Jay-Z non ha preso come riferimento i mostri sacri dell’hip-hop per i suoi paragoni, ma quelli del rock e del pop. Proprio lui che ama definirsi un ‘negro’: “L’hip hop ha migliorato le relazioni razziali. Quindi io continuo a usare questa parola, altrimenti dovrei darmi della scimmia e non mi piace. Sono un negro miliardario di successo”. Via agli eccessi quindi, con altre dichiarazioni shock.
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Date una classifica ad un appassionato di musica e lo farete felice. La strana forma di feticismo per tutto quello che viene messo in ordine numerico secondo precisi rilevamenti, è qualcosa che va spesso oltre l’umana comprensione: vogliamo la ‘gara’, salvo poi lamentarci perché sappiamo bene che non si può giudicare un disco o un artista semplicemente sulla base di dati oggettivi.
In Inghilterra sono notoriamente degli specialisti delle chart. L’ennesima arriva dalla BBC Radio 2 e raccoglie i dati che arrivano dalle trasmissioni, dai concerti nei pub, nei club: persino dalla musica trasmessa nei ristoranti, negli esercizi commerciali e nelle sale d’attesa degli aeroporti (!). Copre un arco di tempo di dieci anni e ha stabilito chi è l’artista più suonato.
Sorpresa: per una volta non sono i Beatles (che comunque si piazzano saldamente al secondo posto). Secondo quella che è stata battezzata “People’s Artist Chart”, l’artista la cui voce è uscita più volte dagli amplificatori sul suolo britannico nell’ultimo decennio è Madonna.
Non è assolutamente uno scherzo ragazzi: le balene cantano davvero come Michael Bublè ed Elvis Presley! Ad esserne certo è un gruppo di ricercatori statunitensi che, stando a stretto contatto con i nostri cugini cetacei, ha scoperto che le balenottere azzurre stanno studiando dei canti dalla frequenza decisamente più bassa di quella utilizzata fino a poche decine di anni fa, prediligendo così dei toni simili a quelli adottati da Michael Bublè, da George Michael e da Elvis Presley.
Che il curioso fenomeno possa essere associato a una sorta di oceanico “tormentone musicale” simile a quello che colpisce ciclicamente sulla terraferma le stazioni radio di noi poveri animali bipedi? Improbabile. Secondo gli scienziati, infatti, i maschi delle balenottere azzurre di oggi cantano a frequenze più basse del 30% rispetto a quelle dei loro genitori esclusivamente per fare colpo sulle rappresentanti del sesso opposto, cercando così di battere la concorrenza dei loro simili cresciuti sensibilmente di numero dal 1960 (quando erano solo poche centinaia di esemplari) ad oggi (se ne contano diverse decine di migliaia).
Naturalmente, la teoria del “tormentone musicale” riprenderebbe immediatamente piede qualora si riuscisse ad osservare una balena che, durante un rituale di corteggiamento, oltre che ad intonare “Are you lonesome tonight” abbozzerà timidamente anche un cenno di mossa pelvica con la pinna caudale.
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In occasione di quello che sarebbe stato il settantacinquesimo anno d’età di Elvis Presley, l’etichetta Sony BMG/Legacy Recordings ha deciso di onorare la gloriosa memoria del Re del Rock and Roll attraverso la pubblicazione di uno speciale cofanetto natalizio.
All’interno di “Elvis 75: Good Rockin’ Tonight”, i fans di The Pelvis troveranno un booklet di 80 pagine con foto di repertorio, un saggio del giornalista Billy Altman e 4 CD con una selezione dei migliori 100 brani eseguiti dall’iconico cantante, attore e chitarrista statunitense nel corso della sua sfolgorante e poliedrica carriera.
Se siete perciò interessati all’acquisto, o se volete semplicemente risparmiarvi la stressante ricerca pre-natalizia del regalo perfetto, Legacy Recordings vi ricorda che “Good Rockin’ Tonight” sarà disponibile a partire dal prossimo 8 dicembre: dopo la pausa, la lista completa dei brani contenuti nel cofanetto.
via | Reuters
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In questo post domenicale di relax vi segnaliamo Pets Rock 2010, un bizzarro calendario per il quale alcuni artisti del fotoritocco hanno donato ad alcuni animali le sembianze di leggende della musica rock e pop.
Dopo la pausa, oltre alle foto rimanenti, troverete anche i nomi degli artisti a cui ogni bestia è ispirata. Riuscirete a riconoscerli tutti senza sbirciare la soluzione? Qui di seguito vi forniamo degli indizi:
1) Questa la riconoscono solo gli appassionati di country 2) Non ci vuole certo il Gene dell’investigatore per capire chi è 3) Mamma mia, che quartetto 4) Il principe delle tenebre vuole il suo osso 5) Questa gattina è appena uscita dalla clinica di riabilitazione… con scarsi risultati 6) L’espressione stralunata non è casuale 7) Cavia polvere di stelle 8) Vabbè… che ve lo diciamo a fare 9) Una meraviglia di coniglio 10) Un cane vizioso 11) Per fortuna non vediamo fasce sospette 12) Complimenti a chi riconosce questo… e chi è?
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