E’ Johnny Depp il protagonista assoluto del video di “My Valentine” di Paul McCartney
Una scelta che ben si abbina all’attore con voglia di avere successo anche nel mondo della musica, fin da quando era giovane (sognava di essere una star del rock’n’roll). Poco tempo fa ha anche collaborato con Marilyn Manson
E adesso eccolo soggetto del nuovo video di questo brano dolce, con un assolo di chitarra e accompagnando il testo con il linguaggio dei segni. C’è anche la versione femminile, che potete vedere dopo il salto, e interpretata da Natalie Portman (di cui ne hanno parlato anche su Cineblog!) :
Continua a leggere: Paul McCartney "My Valentine" video ufficiale con Johnny Depp e Natalie Portman
“Paul is quitting the Beatles”
Queste furono le parole con cui il Daily Mirror titolò la prima pagina del suo giornale.
Sono passati esattamente 42 anni dalla notizia dello scioglimenti dei Beatles. Era il 10 aprile 1970. Paul McCartney aveva dichiarato che non sarebbe più arrivato il tempo di una scrittura di pezzi Lennon-McCartney. Non aveva progetti di live e apparizioni con i Beatles. Nessun singolo e nessuno album in programma con il gruppo. I Beatles gli mancano? No.
Furono queste le parole che sancirono la non ufficiale fine dei Fab4. E successivamente arrivano i lavori singoli dei vari membri del gruppo. Quella prima pagina, che vedete in apertura post, sconvolse l’intero mondo dei fan che scoprirono, con evidente sorpresa, la decisione di McCartney e la fine della band. Dopo il salto, in onore al gruppo, alcune citazioni, frasi e curiosità sui Beatles:

Dopo l’anteprima di “Only our hearts”, il brano frutto della collaborazione con Stevie Wonder e “My Valentine” il singolo registrato con Eric Clapton, arriva una nuova anticipazione per il lancio ufficiale di “Kisses on the Bottom“: quindicesimo capitolo della discografia solista di Paul McCartney, uscito ieri nei negozi (e che, vi ricordiamo, potete ancora ascoltare per intero sul sito del Guardian).
Il prossimo giovedì 9 febbraio infatti, McCartney celebrerà la release del duo nuovo disco con una performance fruibile gratuitamente in streaming alle 19 dai “Capitol Studios” di Los Angeles, luogo in cui sono state incise la maggior parte delle canzoni con l’aiuto di Tommy LiPuma e Diana Krall e la sua band, gli stessi musicisti che accompagneranno l’ex-Beatle durante il live. I fan potranno guardare lo show attraverso iTunes a questo indirizzo.

In un’intervista rilasciata al Sunday Express, Paul McCartney ha criticato aspramente gli artisti che dal vivo utilizzano basi pre-registrate. L’ex-Beatle è venuto a conoscenza della triste pratica grazie a Paul Pablo Boothroyd, tecnico del suono che ha lavorato con molte star della musica, compresiAC/DC ed Eurythmics.
«[Io e la mia band] Siamo felici che alla fine dello spettacolo ci inchiniamo davanti al pubblico e non ci sia nessuno nascosto sotto il palco, cosa che invece sono venuto a sapere che succede nel caso di alcune persone… spiacenti, non dirò i nomi. Quando facciamo degli errori suonando dal vivo, ci guardiamo e diciamo ‘Sai cosa, è proprio questa la prova che stiamo suonando in diretta!’»
Paul McCartney è reduce da una serie di concerti europei, compreso quello del 5 dicembre all’O2 Arena di Londra.
Innanzi tutto un errata corrige: il nuovo album di Paul McCartney non si intitolerà come vociferato da più parti “My Valentine”. Il titolo scelto sembra essere invece “Kisses on the bottom”, verso di una delle canzoni contenute nel disco. Fatta la - doverosa - precisazione, andiamo a presentarvi il leak del secondo inedito in scaletta.
Si tratta, come annunciato, di “Only our hearts”, frutto della collaborazione tra McCartney e Stevie Wonder (i due furono protagonisti di un memorabile duetto su “Ebony and Ivory” nel lontano 1982) con il secondo a suonare l’assolo di armonica. Un brano che sembra provenire da un’altra epoca, con l’orchestra a ricordare momenti beatlesiani come in “The long and winding road”. Potete ascoltarla nello streaming a inizio post.

Dopo avervi annunciato la data di uscita, la tracklist e i due collaboratori d’eccezione, arriva finalmente “My Valentine”: il primo singolo dal prossimo album di Paul McCartney. Singolo con lo stesso titolo del disco (l’altro inedito sarà “Only our hearts”, registrato insieme a Stevie Wonder) e che vede la partecipazione del chitarrista e amico dell’ex-Beatle, Eric Clapton.
Il resto dell’album è composto da cover di artisti che Macca ha riscoperto e che hanno dichiaratamente influenzato la sua formazione come musicista e songwriter (da Harold Arlen a Cole Porter). Com’è questo primo estratto? Una ballad acustica molto ‘vecchio stile’, con forti venature jazz-blues che la chitarra di Clapton accentua con la consueta abilità. Cosa ve ne pare?

Vi avevamo già annunciato l’uscita del nuovo album di Paul McCartney all’inizio del mese: ora sappiamo che si intitolerà “My Valentine”, che sarà nei negozi a partire dal prossimo 7 febbraio 2012 e che conterrà quattordici brani. Dodici tracce sono rivisitazioni di canzoni già pubblicate, due invece saranno gli inediti: “My Valentine”, appunto e “Only our hearts”.
Nel primo, in una sorta di continuazione ideale dell’amicizia che lo legava a George Harrison, è prevista una collaborazione con Eric Clapton. Nel secondo invece, c’è il contributo fondamentale di Stevie Wonder. Un disco nato pensando dichiaratamente ai Beatles, ai brani che hanno influito sul binomio Lennon/McCartney, con autori classici come Harold Arlen e Cole Porter e gli inizi dei Fab Four nel cuore. Dopo il salto, trovate la tracklist completa.

Oggi, alle 21 su Radiodue, andrà in onda un’intervista a Paul McCartney, successiva ai suoi concerti di Bologna e Milano.
“Il nuovo disco uscirà a febbraio e sarà completamente diverso dai precedenti: un mix tra il jazz, l’old fashion e il moderno, in collaborazione con Diana Krall e la sua band”
L’ex componente dei Beatles non ama dare per scontato il suo successo (soprattutto per quanto riguarda le tappe del tour):
“Può sembrare strano, ma io dico sempre al mio promoter: metti in vendita un solo concerto, non tutto il tour e vediamo prima come vanno le cose. E se sono fortunato, mi richiama il giorno dopo e mi dice: è andato tutto sold out in cinque minuti, Paul”
La maggior parte dei sedicenni di Liverpool che marinarono la scuola nel lontano 1958, probabilmente trascorsero le ore scampate alle lezioni gironzolando per la città o giocando a pallone in qualche cortile dove erano sicuri di non esser visti. Tra quelli c’era anche Paul McCartney che però sfruttò l’assenza per scrivere una canzone. Non poteva sapere che sarebbe diventata il suo primo successo, né tanto meno che poco dopo, il ragazzotto dedito all’alcol e alle risse conosciuto l’anno prima avrebbe aggiunto il middle-eight per completarla.
Paul scrive “Love Me Do” immaginando (probabilmente fischiettando) un semplicissimo riff. Poche e ripetute le parole: semplici e dirette. “Love, love me do / You know I love You / I’ll always be true / So please love me do”, c’è poco da aggiungere. Arriva invece Lennon con altre due frasi vagamente provocatorie “Someone to love, somebody new / Someone to love, someone like you” (quel ‘qualcuno’ di nuovo) e le affida a una linea melodica che già mostra il suo talento nel cambiare le carte in tavola alle zuccherose armonie di McCartney.
I due portano il risultato a George Martin che fa piazza pulita di - quasi - tutto. Via il riff suonato alla chitarra, sostituita invece dall’armonica, un arrangiamento più scarno (una sola sei corde), un emozionatissimo Paul che canta (John - allora era la voce solista - non era in forma quel giorno) e un problema. Ringo, che ha appena sostituito Pete Best, non sa suonare il brano. E’ il 4 settembre del 1962 e Martin blocca le registrazioni: così non va. Chiama allora Andy White (un turnista dell’epoca) e relega Ringo al tamburello. Il pezzo funziona. Ironia della sorte: a causa di una svista, nelle prime incisioni uscite dagli studi EMI finisce la versione con la traccia di batteria suonata dall’acerbo Richard Starkey.
Un mese dopo (il 5 ottobre dello stesso anno) il disco è nei negozi. Sul lato B del numero R4949 del catalogo Parlophone, un’altra canzone destinata a diventare una hit del gruppo: “P.S. I Love You”. Il 7” uscì due anni dopo anche negli Stati Uniti, direttamente al primo posto e rimanendo in Top 100 per quattordici settimane, mentre al suo esordio nelle chart britanniche aveva raggiunto ’solo’ la diciassettesima posizione. Circola da tempo una malignità, ovvero la leggenda che George Martin avrebbe acquistato 10000 copie del disco per farlo arrivare ai piani alti della classifica. Tutto smentito più volte da Lennon, ma fa sorridere pensarlo: anche fosse vero, espedienti del genere non gli sarebbero serviti mai più.
Sembrò che quella sarebbe potuta essere l’ultima volta, ma non ne sono stato sicuro al cento per cento finché non siamo tornati a Londra. John voleva smettere più degli altri. Disse che ne aveva avuto abbastanza.
A parlare è Ringo Starr, l’argomento in questione è quel famoso 29 agosto del 1966 in cui i Beatles suonarono per l’ultima volta dal vivo al “Candlestick Park” di San Francisco. Undici canzoni, poco più di mezz’ora di concerto (la registrazione che McCartney aveva chiesto al loro ufficio stampa, tagliò l’ultima canzone perché Tony Barrow dimenticò di girare il nastro), le Ronnettes di Phil Spector fra gli opening-act e, soprattutto, una telecamera sul palco. Nonostante le parole di Ringo (probabilmente ottimista fino all’ultimo), gli altri tre Beatles sapevano che quella sarebbe stata l’ultima volta e volevano documentarla (Harrison commentò l’evento esclamando: “Sarà un tale sollievo… non dover avere più a che fare con tutta questa follia… E’ stata una decisione unanime.”)
Volendo essere precisi, i Fab Four suonarono ancora una volta dal vivo, il 30 gennaio di tre anni dopo, sul tetto degli uffici della Apple in Savile Row. Quei Beatles però erano una band a fine carriera, che voleva dare l’addio nel modo più spettacolare (e imitato). Il live al “Candlestick Park” fu invece l’inizio di una svolta per la loro storia: nata dall’esigenza di concentrarsi sulle nuove possibilità offerte dalla tecnologia in studio, mentre i mezzi live arrancavano.
Dopo circa 1400 date, i Beatles erano esausti. Stufi di sentire i loro riff di chitarra coperti dalle urla delle fan, penalizzati da un’amplificazione modesta e spesso gracchiante, stanchi di essere costantemente scortati dalla polizia, ma - soprattutto - di non poter trasferire on stage le incredibili soluzioni strumentali che iniziavano a sperimentare a Abbey Road. Forse per la prima volta nella loro carriera, Paul, John, George e Ringo erano più adulti e ‘maturi’ della media del loro pubblico: reagirono come solo i grandi sanno fare in queste occasioni.