Oggi terminiamo il 2005 tornando a parlare di musica cantautorale (dopo averlo fatto con Damien Rice e il suo “O“) con Sufjan Stevens e il suo “Illinois”.
Se Damien Rice rappresenta la parte più tradizionale e romantica del cantautorato moderno, Sufjan Stevens sicuramente rappresenta quella più geniale e meno prevedibile. I due album precedenti, “Michigan” (2003) e “Seven Swans” (2004), erano già decisamente degni di nota, ma solo con “Illinois” che Sufjan ha realizzato la sua opera massima, molto probabilmente irripetibile (anche perchè negli ultimi anni ha un po’ perso la vena creativa).
Ventidue brani (molti sono però semplici “passaggi” di pochi secondi) dai titoli lunghissimi, dedicati allo stato di Chicago e impregnati di storie che toccano le tematiche più disparate. Piccola curiosità, anche se l’album è per tutti “Illinois”, più volte è stato chiamato “Illinoise”, non a torto, dato che il titolo sulla copertina recita “Come on feel the Illinoise”. Dopo il salto come sempre trovate qualche estratto dall’album e, essendo l’ultimo appuntamento con il 2005, la lista degli “album da salvare” usciti durante l’anno.
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Questa settimana non ci muoviamo molto rispetto alla puntata precedente, sia perchè rimaniamo nel 2005 sia perchè rimaniamo in territori a metà strada fra l’indie rock e un certo revival dei suoni post-punk di fine anni ‘70/inizio anni ‘80. Lo facciamo con i Bloc Party e il loro album di debutto “Silent Alarm”.
Anche per i Bloc Party il debutto vero e proprio è arrivato dopo EP e singoli che hanno aiutato a creare il giusto “hype” attorno all’uscita dell’album. In “Silent Alarm” l’influenza post-punk andava ricercata più nei Cure che nei Joy Division e in generale si era di fronte ad un disco che riusciva ad essere attuale (presente qualche parentela con in mondo dance-punk) pur guardando in più occasioni al passato.
I punti di forza di “Silent Alarm” non sono solo brani veloci e “trascinanti” come “Banquet” (la loro canzone simbolo) e “Helicopter”, ma anche brani più ricercati, come la bellissima “So Here We are” in cui la voce-marchio di fabbrica di Kele Okereke assume una dimensione più “dreamy”.
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Lasciamo il 2004 e i Mastodon e passiamo al 2005, anno che ci farà compagnia per qualche settimana. Iniziamo subito con il debutto degli Editors: “The Back Room”.
Chiariamo subito che “The Back Room” è un grandissimo album, ma inferiore sicuramente ad altri dischi di cui abbiamo parlato in questa rubrica, come ad esempio “Kid A“, “Lateralus“, “()“, “Funeral” o “Turn On The Bright Lights“, che sono proprio il top del decennio. Proprio gli Interpol furono la band che più spesso veniva tirata fuori quando si parlava di “The Back Room” e degli Editors, proprio per la stessa passione verso i Joy Division ed in generale verso i suoni tipici del post-punk dalle tinte scure.
Somiglianze che finivano lì, infatti gli Editors di “The Back Room” proponevano anche brani influenzati da gruppi come Echo & the Bunnymen e i primi U2, segno di un potenziale radiofonico non indifferente. Dopo “The Back Room”, il gruppo di Birmingham è tornato con un ottimo secondo album intitolato “An End Has a Start”.