Eccoci all’ultima puntata dedicata al 2004 in compagnia dei Mastodon, probabilmente il più grande gruppo metal uscito in questa decade.
Se per altri artisti è stato piuttosto semplice, ammetto che per i Mastodon è stato piuttosto complicato scegliere quale album inserire all’interno della nostra rubrica “So 00’s albums“: tutti e quattro i dischi che hanno realizzato dal 2002 ad oggi sono mezzi capolavori. Ho subito escluso “Remission” (2002), il debutto troppo sconosciuto per la rubrica e “Blood Mountain”, così mi son ritrovato a dover scegliere fra “Leviathan” e “Crack the Skye” (che abbiamo recensito). Alla fine ho optato per “Leviathan” perchè, nonostante “Crack the Skye” sia sicuramente fra le migliori cose di questo 2009, è forse ancora presto per capirne l’importanza.
“Leviathan” prosegue il discorso “sludge metal” (e quindi dei grandissimi Neurosis), aggiungendoci elementi progressive e un grande tocco personale. Menzione speciale per la bellissima copertina dell’album che ritrae le vicende di Moby Dick (tra l’altro il romanzo di Herman Melville è alla base del concept di “Leviathan”).
Rimaniamo nel 2004, passando dall’ambito indie all’ambito mainstream con i Green Day e il loro “American Idiot”.
Fra tutti gli album proposti in questa rubrica, “American Idiot” è probabilmente quello meno innovativo e quello meno interessante, ma è un’ album che va comunque inserito ad occhi chiusi in questa lista di fine decennio anche solo per l’impatto commerciale/sociale che ha avuto. “American Idiot” musicalmente non brillava di originalità ma era una raccolta perfetta di ottimi brani e di possibili singoli. In più ha sicuramente avuto la fortuna di uscire nel momento giusto, grazie a testi impegnati quanto furbi.
Quella dei Green Day (come quella dei Red Hot Chili Peppers) è stata una carriera a due apici: prima il capolavoro con cui hanno fatto il grande salto nel mainstream, “Dookie”, (”Blood Sugar Sex Magik” per i RHCP) e poi, dopo qualche anno difficile, la rinascita (con un sound più orecchiabile) e la definitiva esplosione a livello internazionale con “American Idiot” (”Californication” per Flea e compagni).
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Questa settimana rimaniamo in ambito indie-rock e dopo gli Arcade Fire parliamo dei Franz Ferdinand. Un accostamento che fa capire quanto sia stato vasto e vario il genere-ombrello “indie rock” in questo decennio.
Nel 2004 i Franz Ferdinand pubblicarono il loro omonimo album di debutto, un debutto di quelli che lasciano il segno. Continuando il discorso intrapreso da altre band, i Franz Ferdinand aggiunsero un personale tocco ironico ad un tessuto sonoro che è il punto d’incontro fra l’indie-rock classico, il post-punk/new wave e certi ritmi del dance-punk, naturalmente senza dimenticare le lezioni di Talking Heads e David Bowie.
L’album fu un grande successo, spinto da singoli del calibro di “Darts of Pleasure”, “The Dark of the Matinée”, “This Fire” e soprattutto “Take Me Out”, ancora oggi il loro brano più famoso. “Franz Ferdinand” non fece altro che portare ancora più in alto il nuovo indie rock e influì sicuramente sulla formazione di decine di nuovi gruppi tentati dal successo e dalle molte attenzioni dei media verso il genere.
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