Ormai è sempre più diffuso il vizio di definire tutta la musica indie. Perché indie è sinonimo di ricercata qualità , libertà stilistica, pochi soldi e tanta passione per quello che potrebbe diventare un lavoro, ma anche no. Eppure, secondo un bell’articolo del Guardian, si sentono un po’ tutti (fin troppo) indie, anche quegli artisti che oltre ad essere più commerciali del dovuto sono prodotti pure dalle major multinazionali, come i Babyshambles (sotto la EMI). Quali sono i confini dell’indie? Cos’è indie e cosa non lo è? Lo sono le band come i Primal Scream e i Teenage Fanclub che sono partiti da case discografiche indipendenti e sono poi entrate sotto la Sony?
Louis Barfe, autore del libro “Where have all the good times gone?”, un saggio molto interessante sul percorso storico dell’industria discografica, rintraccia la nascita della prima etichetta discografica indipendente tra il 1914 e il 1916, tutte comprate dalle major Victor, Columbia ed Edison-Bell o distrutte durante il periodo della Grande Depressione alla fine degli anni ‘20. Ciò che è rimasto delle etichette indipendenti è rimasto legato alla produzione di generi come il blues, jazz e tutti i generi legati ad artisti di colore. E’ poi l’Inghilterra il paese che attraverso le etichette Folkways, Oriole e Melodisc che ha introdotto tra gli anni 40 e gli anni 50 la musica jamaicana pre-ska e la world music, più tutto il punk indipendente prodotto dalla fine degli anni ‘70. L’indie, nell’accezione più moderna del termine, è quella negli anni ‘80, il periodo del rock alternativo e del movimento C-68, nome di una celebre cassetta venduta in allegato con il magazine britannico NME. Negli anni ‘90 il significato di indie allarga il suo raggio d’azione e raccoglie tutto ciò che è alternativo rispetto alla musica in mainstream.
Foto: Pipettes live a Torino di Charlie Cravero
plusmin
26 ago 2007 - 19:04 - #1da quando la musica è diventata passione, o meglio da quando ho iniziato a districarmi tra i vari appellativi di generi e sottogeneri e così via, questa storia della musica indie mi è sembrata sempre una dissertazione onanistica che non ha niente a che fare con la musica. Si era arrivati ad affiancare (molto spesso ignobilmente) la parola indie alla parola qualità, considerandoli spesso sinonimi. il fatto è che passione e tenacia (e pochi soldi) non trasformano una pippa in un gran musicista di talento, al massimo possono farlo essere un uomo da cui prendere esempio. allo stesso modo un virtuoso non è niente se non è in grado di comunicare qualcosa.
in realtà più che alle etichette, più che ai soldi, al tizio che firma con l’indie che poi è inglobata nella major. bisognerebbe stare più attenti alla qualità della musica. che poi l’artista sia sul lastrco o strapagato cambia poco.
Kaos
26 ago 2007 - 19:19 - #2Ti dirò plusmin, c’è una sfumatura dell’articolo scritto sul Guardian che dice in parola povere quello che stai dicendo tu. Per molti oggi dire indie significa dire qualità, ma l’articolo dice anche che per i mezzi posseduti e il concetto di sperimentazione che c’è dietro, l’indie , spesso è molto artigianale grezzo, anche di cattiva qualità nel senso tecnico del termine. Sono i grandi artisti che riescono a sfruttare al meglio i propri mezzi limitati e a fare grande musica con poche possibilità.
honeymoonchild
26 ago 2007 - 21:28 - #3ho sempre associato l’indie alle b-sides, ovvero in quei pezzi da seconda fascia ma qualitativamente superiore al singolo o alla hit di un determinato gruppo.
LucaIsrafil
26 ago 2007 - 21:58 - #4Ho notato nei commenti che ci si concentra sulla qualità. In realtà è un discorso ancora più ampio, sui paletti da fissare per un genere quanto mai di proporzioni così vaste e dalle mille implicazioni.E’ un po’ come nel cinema, quando si devono definire i confini del cinema classico hollywoodiano o della nouvelle vague
honeymoonchild
27 ago 2007 - 00:23 - #5indie come genere? lo vedo più come fenomeno, mai come in questi anni, “arraffa” canali di comunicazione.
diciamo che se l’indie è tale, oggi, lo deve molto a myspazzola et similia, che non fan altro che spazzare quello che era il concetto “elitario” intrinseco nella stessa definizione dell’indie.
o no?
harlock
27 ago 2007 - 14:18 - #6indie, io lo vedo come quel genere di rock elaborato ma con schittarate ruvide e testi sussurati e urlati…non riuscirò mai a spiegarmi bene, il gruppo (per me) di riferimaento sono e restano i Pixies. Ascoltare il loro Surfer Rosa, magari la versione “& Come on Pilgrim per seguire l’evoluzione del loro stile, è sicuramente importante per capire cosa e chi ha influenzato molte altre band venute dopo.
eugenio
28 ago 2007 - 14:35 - #7come non buttarsi nella mischia? in realta’ essendo un termine ombrello indie sara’ sempre fonte di interminabili discussioni. Cmq io aggiungerei come parametro questi fattori:
> La band viaggia su un furgone immatricolato prima del 1980
> Il chitarrista chiede ad un fan se ha del fumo da vendergli
> Durante il tour il gruppo dorme a casa di amici di amici di un gruppo locale
> Il batterista ha appena vinto una gara di rutti
Alexacid
17 ago 2008 - 22:19 - #8W i MUSE