L'addio degli R.E.M. da "Murmur" a "Collapse into now"

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Cosa dire quando una band decide di smettere dopo quindici album di inediti e oltre trent’anni di carriera? La prima tentazione è quella di fare un lungo articolo nostalgico in cui si racconta la storia del gruppo e si celebrano i momenti migliori, nonostante sia difficile (impossibile?) scinderli da quelli che hanno caratterizzato la vita di chi scrive. L’alternativa può essere redigere una fredda analisi: sciorinare anni e produttori, concerti e premi vinti. Posizioni raggiunte in classifica e influenze più o meno dichiarate. Vogliamo tentare una cosa diversa. Un salto: solo il primo album e l’ultimo. Dall’esordio degli R.E.M. al capitolo finale.

“Murmur” esce nel 1983, preceduto da “Chronic Town”: un Ep di cinque tracce, voluto dalla I.R.S. (la loro etichetta dell’epoca) dopo il successo di “Radio Free Europe”, il primo singolo pubblicato. La band rifiuta le lusinghe della RCA e sforna un capolavoro. Detta così, l’impresa dei quattro ragazzi di Athens (Georgia) suona facilissima. Invece le complicazioni ci sono eccome. Per registrare il disco, la I.R.S. affianca agli R.E.M. Stephen Hague: un produttore decisamente pignolo, maniacale nella sua ricerca del ’suono perfetto’. Stipe e soci sono insofferenti. Cosa c’entra un perfezionista come Hague con la loro attitudine da college radio band e con la passione per i gruppi del passato? Puntano i piedi e chiedono Mitch Easter. La I.R.S. tentenna, poi cede per metà: faranno una registrazione di prova (il brano sarà la splendida “Pilgrimage”), ma in presenza di un altro produttore, Don Dixon. Gli R.E.M. sfrondano la traccia: via gli assoli, via i sintetizzatori suggeriti da Hague. I capi della I.R.S. ascoltano e approvano. Il disco si registrerà come vogliono loro.

Il titolo è la chiave di lettura dell’album: “Murmur” infatti, è una delle sei parole inglesi più facili da pronunciare (almeno secondo Stipe) e ’semplicità’ doveva essere il filo rosso che univa musicalmente le canzoni. Che semplici poi non erano affatto, anche se riuscirono ad essere dirette e incisive come poche volte si era visto in un esordio discografico. I maligni sostengono che il titolo fosse invece dovuto all’abitudine di Stipe di ‘biascicare’ il cantato, visto che molti dei testi erano scritti seguendo la melodia e senza badare troppo al significato finale. Se la pratica fu poi confessata proprio da Stipe, la realtà è che la sua scrittura stava invece ‘prendendo le misure’. Da ingarbugliate suggestioni fatte di frasi isolate, il leader degli R.E.M. riuscirà poi a raggiungere una maturità compositiva che in molti gli invidieranno.

“Murmur” viene osannato dalla stampa (il Rolling Stone lo insignisce del titolo di “disco dell’anno”, prima ancora di “Thriller” di Michael Jackson) e adorato dalle radio - soprattutto quelle universitarie. Le vendite invece sono scarse: duecentomila copie che fanno storcere il naso a Miles Copeland, fratello di Stewart (il batterista dei Police), proprietario della I.R.S. e noto per i suoi modi non propriamente ‘morbidi’. Invece Copeland sbraita ma si sbaglia - e non poco. Gli R.E.M. sono già la band che conquisterà un pubblico vastissimo negli anni successivi. Lo dimostra il secondo singolo estratto da “Murmur”. Si intitola “Talk About the Passion” ed è incredibile come in un brano solo si possano già leggere tutte le tappe di un percorso musicale durato trent’anni. Peter Buck alla chitarra sfodera un arpeggio che parte dai Byrds per diventare marchio indelebile. Mike Mills al basso lo segue con l’attenzione di uno studente pronto a prendere appunti e a piazzare la domanda geniale tra una nota e l’altra. Bill Berry si lancia in un pattern di batteria monolitico che a metà canzone quasi si confonde con la linea vocale. Stipe si inventa un cantato indolente e insieme rabbioso. Quello che non abbandonerà più e che molti tenteranno di imitare (con risultati spesso imbarazzanti).

Facciamo il salto, adesso. E arriviamo a “Collapse into now”, il disco uscito a marzo di quest’anno. L’etichetta è una major (la Warner), ai comandi in sala d’incisione c’è (per la seconda volta) un mago come Jacknife Lee, gli R.E.M. sono un gruppo che vende milioni di copie e registra l’album tra Berlino, New Orleans, Portland e Nashville: ogni componente ha la sua vita e i suoi progetti eppure riescono sempre a ricreare l’atmosfera e il mood giusto. Una serie di anteprime, i brani che vengono anticipati settimane prima dell’uscita. Poi l’album. Ancora una volta, un titolo quasi profetico: qualcosa che crolla quando affronta il momento attuale. Eppure - nonostante non faccia gridare al capolavoro - “Collapse into now” è un buon disco e sentir suonare gli R.E.M. con tanta convinzione rassicura i fan. C’è un brano della tracklist che in qualche modo racchiude gli ultimi anni e che vogliamo scegliere per completare questo strano racconto. E’ “UBerlin” e ci spiega chi sono diventati Stipe e soci in questi tre lunghissimi decenni. Come sono cresciuti, quanto oggi l’irruenza di “Murmur” sia diventata parte di loro e della loro capacità di dominarla. La passione che non cede, ma si svela nell’età adulta. Ci sono echi di almeno altri dieci pezzi in “UBerlin” e non c’entra nulla il riciclarsi: è questione di aver inventato un modo di scrivere, sviluppandolo lungo un percorso, un crescendo. Cambiare senza cambiare: sembra impossibile. Qualcuno invece, ce la fa. E noi lo ringraziamo.

I know what I am chasing
I know that this is changing me

(So cosa sto inseguendo
e so che questo mi sta cambiando)

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