Moby: il report del concerto a "Rock in Roma"

Moby: il report del concerto a "Rock in Roma"

Richard Melville Hall, per tutti Moby, ormai ha la non più tenerà età di quarantasei anni. Lo ricordiamo in apertura di post perché è un dato che difficilmente si riesce a tenere presente guardandolo sul palco. Grande entusiasmo, una ritrovata passione per la chitarra elettrica (sostiene più volte di non saperla suonare come vorrebbe, anche se - fidatevi - non è affatto male), congas e timpano a portata di mano per insistere sui brani più ritmicamente aggressivi.

La band che lo accompagna (davanti a un pubblico non numerosissimo, ma decisamente carico) è ridotta all'osso: batteria, tastiere e le inconfondibili presenze di Greta Brinkman al basso e Diane Charlemagne alla voce. Tra la folla spunta a un tratto un immancabile "Go Vegan", che ovviamente fa riferimento alla causa sposata proprio dall'autore di "Porcelain"; si balla - molto - ma il mood della serata è figlio di quella commistione tra rock e elettronica dance che ha caratterizzato tante produzioni sul finire degli anni '90.

Scaletta ovviamente impeccabile: grandi successi e tracce più recenti. "Natural Blues" suonata in due versioni: la classica presente su "Play" e quella che lo stesso Moby definisce 'ballad', più lenta e ancora più suggestiva dell'originale. Una "We Are All Made of Stars" letteralmente da brividi e una sorpresa verso il finale, proprio per ribadire l'impronta dell'intero live, con la cover 'tiratissima' di "Whole Lotta Love" dei Led Zeppelin.

Se finora abbiamo esaltato il set (davvero privo di sbavature e con grandi momenti), un paio di critiche ci sembrano però obbligatorie. La prima: per un artista che ha affrontato così tanti generi in oltre dieci anni di carriera, calibrare un intero concerto mantenendo i suoni praticamente invariati dall'inizio alla fine è quasi un delitto. La seconda è un'eccessiva piega che - ormai da qualche anno (vedi lo storico concerto in piazza del Popolo) - indirizza i live di Moby in un territorio già abbondantemente coperto da nomi come i Chemical Brothers. Le somiglianze sono evidenti e non si capisce bene il motivo della scelta, che mostra un po' la corda 'invecchiando' complessivamente il sound. Il giudizio finale, rimane comunque più che positivo, in attesa di scoprire quale direzione prenderà ora la carriera di uno dei musicisti più eclettici ancora in circolazione.

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