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The Beatles

The Beatles: quarantotto anni fa arrivavano negli USA per la prima volta

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Nonostante il singolo “I Want to Hold Your Hand” avesse appena venduto un milione e mezzo di copie e la trasferta fosse stata anticipata da cinque milioni di poster disseminati su tutto il territorio, i Beatles erano preoccupatissimi per il loro esordio negli Stati Uniti (fu proprio McCartney a confessare: “Hanno i loro gruppi. Cosa possiamo dargli che non abbiano già?”). Emozionati e imbarazzati, i quattro ragazzotti di Liverpool atterrarono al JFK di New York il 7 febbraio del 1964, ignari che avrebbero inaugurato la cosiddetta british invasion.

La frase di McCartney non era un semplice sfogo dettato dalla paura: i Beatles stavano in qualche modo tornando alle origini della loro musica. Erano cresciuti con il rock e il blues Made in USA e durante quel viaggio ebbero l’opportunità di conoscere due dei nomi che li avevano maggiormente influenzati: Elvis Presley e Bob Dylan. Fan devoti del primo, suonarono con lui per un’ora in una stanza che Presley stesso aveva voluto fosse riempita con un buon numero di chitarre. Avevano invece appena scoperto Dylan, di cui soprattutto Lennon e Harrison erano grandissimi ammiratori: l’influenza fu reciproca. Il cantato di Lennon diventò più nasale e disseminato del particolare modo di accentare le sillabe, Dylan ebbe di lì a poco la sua ’svolta elettrica’.

Due giorni dopo furono ospiti all’Ed Sullivan Show per una delle performance televisive più memorabili mai incise seguita dalla incredibile audience di 73 milioni di persone. Quarantotto ore più tardi, erano al Washington Coliseum per il loro primo live in terra statunitense. Ripartirono verso la fine del mese (il 22 febbraio). Il ritorno in patria lasciò ben pochi dubbi su quanto gli inglesi fossero disposti a perdonargli la fuga americana e ben felici di ritrovarli: ad attenderli all’aeroporto di Heathrow c’erano diecimila fan.

(Dopo il salto, trovate la seconda parte dello splendido documentario “Beatles - First U.S. visit” girato dai fratelli Albert e David Maysles che documentarono il tour)

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The Beatles: quando Brian Epstein diventò il loro manager

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The Beatles: quando  Brian Epstein diventò il loro manager

Iniziò per caso. Vista la poca voglia di studiare, un giovane Brian Epstein era stato messo dal padre a fare il commesso nella sede di Liverpool del negozio di dischi NEMS. Nell’ottobre del 1961, frotte di adolescenti entravano chiedendogli un 45 giri difficile da rintracciare. Si intitolava “My Bonnie” ed era stato registrato da quattro ragazzi del posto insieme a Tony Sheridan. Per averlo Epstein si rivolse direttamente a loro. I quattro in questione erano stati accreditati come The Beat Brothers, ma sarebbero diventati famosi con un altro nome.

Epstein andò al Cavern per incontrarli. La performance dei Beatles lo colpì profondamente e, dopo una chiacchierata nel camerino, parlottando con il collaboratore Alistair Taylor, pensò di diventare il loro manager. Firmarono un contratto qualche mese dopo, il 24 gennaio di quarantanove anni fa. Fu uno degli accordi più strani (e meno legali) della storia della musica. Epstein lo lasciò in bianco riservandosi di siglarlo in seguito e due delle firme non erano valide: McCartney e Harrison infatti, nel 1962 erano minorenni.

Fu Brian Epstein a consigliare ai quattro di cambiare look, passando dai jeans e i giubbotti di pelle degli esordi a un aspetto più ‘rassicurante’ in giacca e pantaloni. Così come fu sempre il loro manager a sfruttare le sue conoscenze per arrivare alla Parlophone e al produttore George Martin. Nonostante i successivi disastri in termini di date, pagamenti (inizialmente i Beatles guadagnavano pochissimo dalle vendite) e merchandising, Epstein fu fondamentale per far conoscere i Fab Four e per gestirne le intemperanze da ragazzi di provincia.

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The Beatles: il libro di "Yellow Submarine" diventa un'app per iPhone e iPad da scaricare gratis

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Esce finalmente la versione digitale del libro tratto da “Yellow Submarine”: storico film animato del 1968 con la regia di George Dunning - e la direzione artistica dell’illustratore e designer tedesco Heinz Edelmann - che racconta la lotta dei Beatles per liberare Pepperland dalla tristezza dei Biechi Blu. Tutto in una app interattiva per iPhone e iPad con quattordici clip video a colori dal film, clip audio dalle canzoni dei Fab Four, gli spartiti originali di George Martin, i dialoghi della sceneggiatura e altre features interattive.

L’ottima notizia è che, per festeggiare il primo anniversario dalla pubblicazione del catalogo dei Beatles sullo store di iTunes l’applicazione è disponibile in download gratuito sull’iBookstore a questo indirizzo, nell’adattamento di Charlie Gardner (per i testi) e Fiona Andreanelli (per i disegni). Imperdibile.

Tutte le canzoni dei Beatles contemporaneamente

pubblicato da David in: Rock Pop The Beatles Curiosità


Ogni singola canzone dei Beatles è sublime. Ma cosa succede se le ascoltiamo tutte insieme? Questo bizzarro progetto chiamato All Together Now – Everything the Beatles ever did fa suonare tutti i brani mai pubblicati dai “Fab Four” contemporaneamente. Stiamo parlando di 226 canzoni.

Il criterio è il seguente: la canzone più lunga è la prima che parte, e via via viene seguita da tutte le rimanenti, fino a far partire per ultima la più breve, e finire la riproduzione di tutti i brani contemporaneamente. Altro che Beatlemania!

Ascoltate pure questo “Frankenstein” musicale che vi riportiamo qui di seguito, e magari diteci nei commenti se siete riusciti a conservare la vostra sanità mentale.

All Together Now - Everything the Beatles ever did. by ramjac

George Harrison: dieci anni dopo la scomparsa del 'Beatle tranquillo'

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La morale della storia è che, se accetti gli alti, dovrai passare anche attraverso i bassi. Nelle nostre vite abbiamo imparato a conoscere l’amore e l’odio, gli alti e i bassi, il bene e il male, le sconfitte e le vittorie. Era come una versione amplificata di quello che vive chiunque altro. Quindi, essenzialmente, va bene. Qualsiasi cosa sia accaduta è positiva se ci ha insegnato qualcosa, ed è negativa solo se non abbiamo imparato: “Chi sono? Dove sto andando? Da dove vengo?”

George Harrison pronunciò queste parole durante un’intervista. L’ennesima in cui gli venne chiesto di parlare del suo peso ‘minoritario’ nei Beatles. Era il più schivo, tranquillo e riservato dei quattro: nonostante il suo apporto al gruppo - e all’etichetta Apple records - fu fondamentale, il marchio di ‘outsider’ non lo abbandonò mai. Così come non è un mistero che inizialmente, Lennon non lo volesse nella band.

Troppo abile come chitarrista: la superiorità tecnica di Harrison era inammissibile per un ego come il suo. Nei Quarrymen (la formazione pre-Beatles) infatti, George Harold Harrison suonava solo sporadicamente, sostituendo Eric Griffiths quando non era disponibile. Fu McCartney a insistere e a ottenere che George entrasse in pianta stabile.

Il talento di Harrison come autore si manifestò lentamente. Anche se Lennon e McCartney seguivano spesso i suoi suggerimenti sulle parti di chitarra e di basso, le prime canzoni arrivarono dopo qualche tempo. Con la sua inseparabile Gretsch “Duo Jet” compose alcuni brani di “With The Beatles” e “Revolver”, ma rivelò le sue capacità di autore soprattutto nel “White Album”. C’è una ragione specifica: dal 1965 George, timidissimo, si era avvicinato alla cultura indiana e alla figura di Ravi Shankar, il virtuoso del sitar.

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Il 24 ottobre del 1965 i Beatles diventavano Baronetti dell'Ordine dell'Impero Britannico

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Il 24 ottobre del 1965 i Beatles diventavano Baronetti dell'Ordine dell'Impero Britannico

Ci hanno fatto persino baronetti. Probabilmente una delle più grandi pagliacciate che questo Paese abbia mai visto: ma questa è sovversione, questa è rivoluzione

John Lennon nell’intervista del dicembre del 1968 fatta da due studenti della Keele University allora ventenni, commentava così quello che era accaduto tre anni prima. Il solito misto di sarcasmo e insofferenza per chi voleva a tutti i costi dare alla musica dei Beatles una connotazione ‘politica’: rivoluzionaria, appunto. Il 24 ottobre del 1965 i Fab Four avevano ricevuto infatti una delle più importanti onoreficenze del loro paese. Era stato l’allora primo ministro Harold Wilson a candidarli e la notizia scatenò le ire di molti: ai Beatles veniva conferito il titolo di Baronetti dell’Ordine dell’Impero Britannico.

Una vera follia per l’epoca, tanto che molti membri del “Most Excellent Order of the British Empire” (questa la dicitura originale) restituirono il titolo. Ad alimentare lo ’scandalo’ però fu qualcos’altro. Durante la conferenza stampa che seguì la cerimonia, Lennon confessò - tra le risate e l’imbarazzo di tutti - di aver fumato uno spinello nel bagno di Buckingham Palace. Non fu un atto inutilmente provocatorio: all’epoca in Inghilterra infatti vigeva la ridicola legge che puniva non solo il consumatore di droghe, ma anche il proprietario dell’abitazione che lo ospitava. Secondo le norme quindi, la Regina era passabile di denuncia. Il parlamento a quel punto si affrettò a modificare il testo incriminato.

Fu lo stesso Lennon, contraddicendosi ancora una volta, che quattro anni più tardi utilizzò il titolo per un gesto decisamente politico. Era il 1969 e John decise di restituirlo per protestare contro il sostegno dato dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti per la guerra in Vietnam. Gli altri mantennero il titolo di Sir e l’espressione “i Baronetti di Liverpool” andò ad aggiungersi ai tanti nomi con cui facciamo riferimento a una band leggendaria.

The Beatles: il 5 ottobre di 49 anni fa usciva "Love me do", il loro primo singolo. Ecco la storia

pubblicato da intweetion in: Pop Oldiesbutgoldies The Beatles Paul McCartney

La maggior parte dei sedicenni di Liverpool che marinarono la scuola nel lontano 1958, probabilmente trascorsero le ore scampate alle lezioni gironzolando per la città o giocando a pallone in qualche cortile dove erano sicuri di non esser visti. Tra quelli c’era anche Paul McCartney che però sfruttò l’assenza per scrivere una canzone. Non poteva sapere che sarebbe diventata il suo primo successo, né tanto meno che poco dopo, il ragazzotto dedito all’alcol e alle risse conosciuto l’anno prima avrebbe aggiunto il middle-eight per completarla.

Paul scrive “Love Me Do” immaginando (probabilmente fischiettando) un semplicissimo riff. Poche e ripetute le parole: semplici e dirette. “Love, love me do / You know I love You / I’ll always be true / So please love me do”, c’è poco da aggiungere. Arriva invece Lennon con altre due frasi vagamente provocatorie “Someone to love, somebody new / Someone to love, someone like you” (quel ‘qualcuno’ di nuovo) e le affida a una linea melodica che già mostra il suo talento nel cambiare le carte in tavola alle zuccherose armonie di McCartney.

I due portano il risultato a George Martin che fa piazza pulita di - quasi - tutto. Via il riff suonato alla chitarra, sostituita invece dall’armonica, un arrangiamento più scarno (una sola sei corde), un emozionatissimo Paul che canta (John - allora era la voce solista - non era in forma quel giorno) e un problema. Ringo, che ha appena sostituito Pete Best, non sa suonare il brano. E’ il 4 settembre del 1962 e Martin blocca le registrazioni: così non va. Chiama allora Andy White (un turnista dell’epoca) e relega Ringo al tamburello. Il pezzo funziona. Ironia della sorte: a causa di una svista, nelle prime incisioni uscite dagli studi EMI finisce la versione con la traccia di batteria suonata dall’acerbo Richard Starkey.

Un mese dopo (il 5 ottobre dello stesso anno) il disco è nei negozi. Sul lato B del numero R4949 del catalogo Parlophone, un’altra canzone destinata a diventare una hit del gruppo: “P.S. I Love You”. Il 7” uscì due anni dopo anche negli Stati Uniti, direttamente al primo posto e rimanendo in Top 100 per quattordici settimane, mentre al suo esordio nelle chart britanniche aveva raggiunto ’solo’ la diciassettesima posizione. Circola da tempo una malignità, ovvero la leggenda che George Martin avrebbe acquistato 10000 copie del disco per farlo arrivare ai piani alti della classifica. Tutto smentito più volte da Lennon, ma fa sorridere pensarlo: anche fosse vero, espedienti del genere non gli sarebbero serviti mai più.

29 agosto 1966: quando i Beatles suonarono per l'ultima volta dal vivo al "Candlestick Park" di San Francisco

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Sembrò che quella sarebbe potuta essere l’ultima volta, ma non ne sono stato sicuro al cento per cento finché non siamo tornati a Londra. John voleva smettere più degli altri. Disse che ne aveva avuto abbastanza.

A parlare è Ringo Starr, l’argomento in questione è quel famoso 29 agosto del 1966 in cui i Beatles suonarono per l’ultima volta dal vivo al “Candlestick Park” di San Francisco. Undici canzoni, poco più di mezz’ora di concerto (la registrazione che McCartney aveva chiesto al loro ufficio stampa, tagliò l’ultima canzone perché Tony Barrow dimenticò di girare il nastro), le Ronnettes di Phil Spector fra gli opening-act e, soprattutto, una telecamera sul palco. Nonostante le parole di Ringo (probabilmente ottimista fino all’ultimo), gli altri tre Beatles sapevano che quella sarebbe stata l’ultima volta e volevano documentarla (Harrison commentò l’evento esclamando: “Sarà un tale sollievo… non dover avere più a che fare con tutta questa follia… E’ stata una decisione unanime.”)

Volendo essere precisi, i Fab Four suonarono ancora una volta dal vivo, il 30 gennaio di tre anni dopo, sul tetto degli uffici della Apple in Savile Row. Quei Beatles però erano una band a fine carriera, che voleva dare l’addio nel modo più spettacolare (e imitato). Il live al “Candlestick Park” fu invece l’inizio di una svolta per la loro storia: nata dall’esigenza di concentrarsi sulle nuove possibilità offerte dalla tecnologia in studio, mentre i mezzi live arrancavano.

Dopo circa 1400 date, i Beatles erano esausti. Stufi di sentire i loro riff di chitarra coperti dalle urla delle fan, penalizzati da un’amplificazione modesta e spesso gracchiante, stanchi di essere costantemente scortati dalla polizia, ma - soprattutto - di non poter trasferire on stage le incredibili soluzioni strumentali che iniziavano a sperimentare a Abbey Road. Forse per la prima volta nella loro carriera, Paul, John, George e Ringo erano più adulti e ‘maturi’ della media del loro pubblico: reagirono come solo i grandi sanno fare in queste occasioni.

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George Harrison: ecco il trailer di "Living In The Material World", il documentario di Martin Scorsese

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George Harrison: ecco il trailer di "Living In The Material World", il documentario di Martin Scorsese

La sua musica è molto importante per me, per questo sono stato interessato a ripercorrere il viaggio che lui stesso ha intrapreso come artista. Il film è una vera e propria esplorazione

Così dichiarava un anno fa il regista Martin Scorsese a proposito di George Harrison. I due si conoscevano e trascorsero molto tempo insieme, chiacchierando delle comuni passioni per musica e cinema. Da qui (e grazie all’apporto della moglie di Harrison, Olivia) è nata l’idea per un film documentario, impreziosito dai tanti filmati ritrovati in due anni di ricerche attraverso gli archivi di famiglia messi a disposizione.

Il film sul ‘quiet Beatle‘ (come veniva soprannominato Harrison) si intitola “Living In The Material Word” dal nome del quinto album della sua carriera solista e sarà mandato in onda dalla HBO in due parti, i prossimi 5 e 6 ottobre. Dopo il salto trovate il trailer, dove potete rendervi conto dell’impressionante quantità di personaggi che Scorsese ha chiamato in causa per realizzare il film.

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La rivincita di Paul McCartney: la colonna sonora "Ocean's Kingdom" uscirà per la Decca

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Questa notizia necessita di una premessa. Nel lontano 1960, Brian Epstein - allora manager dei Beatles - si recava spesso a Londra nel tentativo di ottenere un contratto discografico per la band, con scarsi risultati: riceveva invece numerosi rifiuti, tra cui quello della Columbia e della Philips. La notte di Capodanno del 1961, i Beatles erano attesi dai boss della Decca. Neil Aspinall, assistente e road manager del gruppo, era alla guida, ma sbagliò strada diverse volte. Così i Fab Four arrivarono a Londra alle dieci di sera e mancarono l’appuntamento.

Il giorno dopo, furono comunque accolti negli studi, dove registrarono quindici canzoni in meno di un’ora. Il producer ( Tony Meehan, ex-batterista degli Shadows) li salutò con un “vi faremo sapere”. La risposta arrivò poco dopo e fu lapidaria. Dick Rowe, responsabile del catalogo Decca, bollò così il risultato: “I complessini con le chitarre stanno finendo, signor Epstein, lei dovrebbe tornare a vendere dischi a Liverpool”. E ancora, alla band: “Non avete alcun futuro nel mondo dello spettacolo”.

Epstein non si scoraggia e bussa alla porta della EMI. Il seguito, lo conosciamo tutti. Facciamo un salto di cinquant’anni e torniamo alla notizia: il prossimo disco di Paul McCartney, la colonna sonora “Ocean’s Kingdom”, il suo primo lavoro per il New York City Ballet, uscirà nei negozi il 3 ottobre. Indovinate chi lo pubblicherà? Già, proprio la Decca. Il tempo ha fatto il suo corso: il Mito, anche. Dopo il salto, trovate la seconda parte delle “Decca Sessions”.

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