
Si presenta con questa immagine Lana Del Rey: indifesa, sprovveduta, antica, disarmata, disarmante e semplice. Sembra che non possa fare del male a nessuno (un pò come il personaggio di Bree nella serie “Desperate Housewifes”). In realtà, proprio come nei migliori colpi di scena, ci troviamo dinanzi al classico caso in cui esclamare “l’abito non fa il monaco” diventa un must.
Dietro cotanta normalità si cela un gioiellino molto speciale che a prima vista non fa paura a nessuno ma che nel momento dell’azione inizia, con un effetto a sorpresa, ad allarmare tutti (i colleghi). Inaspettatamente coglie alla sprovvista e, visto che non si sono creati territori bellici discografici, riesce ad arrivare senza alcun problema in vetta alla classifica.
E’ questo il prologo che caratterizza la storia di Lana e del suo disco di debutto “Born To Die”, una storia che è destinata a durare tanti capitoli, tutti caratterizzati da un andamento che di sicuro porterà ad un lieto fine (almeno fino alla presentazione del prossimo libro). A seguire la recensione dell’album.
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Lana Del Rey - Born To Die : in questi mesi l’ho letteralmente “coccolata” (su blog e social network), un po’ perchè sono stato tra i primi a puntare su di lei, un po’ perchè tutto (o quasi) il materiale disponibile prima dell’uscita di “Born To Die” era di ottima fattura. Ora, riguardate un attimo il video di “Video Games”… cosa notate? Io noto l’onestà/ingenuità di una cantante di certo vogliosa di diventare una star, ma ancora “vergine”… guardate invece ora il video di “Born To Die”, il passaggio da fenomeno indie-web a mainstream diva è lampante. Attitudine da bambola da pianobar, pop vagamente retrò con orchestrazioni a supportare timbaland-beat più moderni che ben si sposano con alcune cadenze pseudo-hiphop. Se il tris “Video Games”-”Blue Jeans” -”Born To Die” farebbe invidia a qualsiasi popstar, bisogna dire che anche gli altri brani (a parte le più deboli “Radio” e “Carmen”) riescono a mantenere più che accettabile il livello della musica contenuta nel disco, aumentando ulteriormente la sensazione di essere di fronte ad un lavoro dal sound di certo non innovativo, ma piuttosto personale. In dimensione live deve ancora dimostrare molto (insicura, svampita, allucinata), ma per ora va bene così… male che vada ci terremo questa manciata dei bei pezzi pop. (z.) Voto: 6/7
Il Teatro Degli Orrori - Il Mondo Nuovo : “non c’è due senza tre?”…putroppo no. Il Teatro Degli Orrori potevano fare il tris dopo due ottimi dischi (”Dell’impero delle Tenebre” e “A Sangue Freddo” sono tra le più importanti produzioni made in Italy degli ultimi dieci anni) che hanno smosso un terreno ormai arido e pieno di crepe come quello del rock italiano. Oddio, “Il Mondo Nuovo” rischia di passare per un capolavoro di italian rock a causa dell’uscita ravvicinata dell’ultimo dei Litfiba, ma perde clamorosamente il confronto con quanto già proposto da Capovilla e soci: i testi, a parte alcuni clichè che vengono sempre più a galla, sono spesso interessanti, i problemi sono a livello melodico/recitativo (dove ormai le idee sembrano scarseggiare) e musicale (dove si sono dati una bella ripulitina). Gli sporadici innesti elettronici non portano aria fresca (se non nell’interessante tappeto pseudo-glitch/indietronica di “Vivere e Morire a Treviso”) in questo album che sembra cucito addosso allo stereotipo da XL Repubblica. Al 1° Maggio dopo i Marta Sui Tubi e prima di Caparezza (qui presente in “Cuore D’Oceano”, brano che sembra quasi uscire dall’ultimo dei Korn…)? (z.) Voto: 6+
Litfiba - Grande Nazione : no, va beh… “è come sparare sulla croce rossa” direte voi… ma cosa ci si può fare? E’ possibile difendere un disco come questo?? Per me è impossibile? Da quello che è stato forse il più grande gruppo italiano durante gli anni ‘80 non è possibile accettare tanta banalità e squal(l)o-re. “Non è che “Infinito”, le uscite senza Pelù e gli inediti presenti in “Stato libero di Litfiba” fossero tanto meglio” direte voi… e come darvi torto. Però poteva anche finire lì e invece fa veramente male vedere ulteriormente distrutto ciò che hanno rappresentato con “Desaparecido”, “17 Re” e “Litfiba 3″… e non è questione di nostalgia: nella “Grande Nazione”, non ci sono neanche troppe e spudorate concessioni al pop ma viene fuori in modo netto la mediocrità dei luoghi comuni del tamarrock. Melodicamente siamo a livelli decisamente bassi (il ritornello di “Elettrica” almeno ne esce vincitore nella sua coralità), con qualche richiamo ai loro 90s (”Brado”, potrebbe essere una b-side di “Spirito” o “Mondi Sommersi”) e non loro (”La Mia Valigia” che gioco malvagio vi ricorda?). Vi bastano riff possenti, le solite vocali aperte e testi, che pur evitando soli-cuori-amori, in più occasioni fanno venire il sorriso sulle labbra? Vi basta questo per sentirvi “ruochenruoaaal”? Davvero? Intanto debuttano primi in classifica… che grande nazione.(z.) Voto: 4/5
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Cloud Nothings - Attack On Nothing : i Cloud Nothings hanno “buzzato” parecchio sul finire del 2010 e l’inizio del 2011 in vista dell’uscita dell’omonimo disco (che si beccò un 6 e mezzo). Ad un anno esatto di distanza da quello che in realtà non è l’album di debutto (esiste anche il raro “Turning On” del 2009), Dylan Baldi e compagni tornano con “Attack On Nothing” un disco che fin dalle prima battute dà l’impressione di essere un punto d’arrivo (e di partenza?), riuscendo a convogliare in modo più convincente le intuizioni precedenti. Sembra di tornare indietro di 20 anni, quando il rock veniva stravolto da diverse rivoluzioni qui ben sfiorate (post-hc, noise, grunge, indie e persino post-rock di prima manieraslowcore nella bella “No Future/No Past”). Troviamo (neanche tanto) lontani riferimenti alle stonature di scuola Pavement, alle chitarre dei Sonic Youh e ad un certo emo (quello buno..) alla Cap’n Jazz e The Van Pelt. Produce Steve Albini. Promossi. (z.) Voto: 7
The Weeknd - Echoes of Silence (2011) : 3 album/mixtape gratuiti nel giro di un anno per il grande nome del futuro del r&b. Con “House of Balloons” ha fatto innamorare tutti, con “Thursday” ha confermato il prorio talento e con “Echoes of Silence” dimostra di poter puntare realmente in alto (l’ottima cover, intitolata “D.D.”, di “Dirty Diana” di Michael Jackson è un chiaro segnale). Certo, l’atmosfera e l’impatto di “House of Balloons” rimangono per il momento ineguagliati e in alcuni passaggi sembra chiaro che in futuro il ragazzo dovrà sapere variare maggiormente il reparto melodico (impressione che può essere dovuta anche dalla quantità industriale di materiale proposto in così poco tempo), ma poche storie… 3 su 3. Ora non rimane che fare tre per tre e aspettare la prova del nove, quella del vero album di debutto. (z.) Voto: 7
Field Music - Plumb: l’album della “o la va, o la spacca” per i Field Music. Giunti alla quarta prova la band inglese raggiunge la maturazione definitiva e si gioca il tutto per tutto con un album non troppo dissimile da quanto già proposto ma cona maggiore propensione verso il contenuto “progressive”. Prog-pop caratterizzato da intrecci strumentali e da tempi ricercati (avvolti di tanto in tanto da eccessi barocchi) e da una durata media delle canzoni decisamente bassa (solo 1/3 dei brani supera i tre minuti). Tra gli episodi più riusciti la progroovy “A New Town”, il drumming ’70s di “Start The Day Right” e le sfumature tra Talking Heads e XTC di “I Keep Thinking About (A New Thing)”. (z.) Voto: 6+
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Eccoci alla terza puntata della rubrica Fare Musica, che fornisce consigli e segnalazioni sia a quei lettori che vorrebbero cominciare a suonare uno strumento, sia a quelli già attivi musicalmente.
Di volta in volta segnaleremo un manuale, un libro, un accessorio, uno strumento, un sito web… qualsiasi cosa possa facilitare il compito del musicista in erba e non. Vorremmo che questo fosse uno spazio più interattivo possibile: invitiamo quindi tutti i lettori interessati a partecipare attivamente inviandoci consigli, richieste, idee e quant’altro all’apposito indirizzo di posta faremusica@soundsblog.it.
Oggi parliamo del progetto italiano La Musica Interattiva, che offre lezioni di chitarra online “on demand”. Un metodo diverso dal solito manuale in DVD, grazie al quale si pagano solo le lezioni sugli argomenti che si ha realmente bisogno di studiare. Ognuna di esse non si limita a un semplice video, ma comprende esempi, spartiti, basi, diteggiature e diversi altri sturmenti utili per l’apprendimento. Andiamo a scoprire qualcosa di più dopo la pausa.

Pronti? Arrivano due delle classifiche più attese dell’anno. Per l’esattezza sono tre delle quattro più invocate. No, non è un’equazione: se l’NME ha svelato i suoi 50 migliori album del 2011 e i dieci singoli dell’anno, Pitchfork si fa desiderare e - per il momento - rilascia la sua top 100 delle canzoni più apprezzate del 2011. Vediamo il tutto.
NME sorprende un po’ tutti: ultima posizione per “Watch the Throne” di Jay-Z e Kanye West. Poco più in alto (ma dopo il #40) uno dei dischi più acclamati dell’anno, ovvero: “Bon Iver, Bon Iver” di Bon Iver. I Radiohead di “The King Of Limbs” sono solo ventesimi e il podio è la disperazione dei boomaker: terzi i The Horrors con “Skying”, secondi i Metronomy con “The English Riviera” mentre primo si piazza “Let England Shake”, il sontuoso progetto di PJ Harvey.
Appena più prevedibili i singoli (li ascoltate tutti a questo indirizzo): in vetta c’è il fenomeno Lana Del Rey con “Video Games”, secondo l’hip hop di Tyler, The Creator con la sua “Yonkers”, terzi ancora i The Horrors con “Still Life”. A seguire PJ Harvey con “The Words That Maketh Murder” e i Wild Beasts con “Bed Of Nails”. Per scoprire le altre tracce prescelte, bisogna però acquistare la copia cartacea del giornale (almeno finché qualcuno non si prenderà la briga di copiarle in formato digitale).
E Sua Indietudine Pitchfork? La classifica sembra più una timeline che una chart: tra gli altri, in settima posizione scorgiamo Beyoncé con “Countdown” e in quinta “It’s Real”, il singolo dello splendido album dei Real Estate. Gradino più basso del podio per EMA con “California” che si classifica terza. Secondo posto per la suggestiva “Holocene” di Bon Iver e prima posizione per “Midnight City” degli M83. Ancora una volta: cosa ne pensate?

Korn - The Path of Totality : c’era una volta il nu metal, evoluzione del crossover secondo molti nata con il debutto dei Korn e morta con l’arrivo di band completamente MTV-oriented. C’era una volta la dubstep, evoluzione di alcuni generi di musica elettronica (2-step, dub e d&b) nata con Burial, Kode 9 o Vex’d e morta (possiamo dirlo?) con lo sputtanamento pop in UK e la tamarraggine USA di Skrillex. Dall’idea di unire questi due mondi (o di rimanere a galla visto il un successo sempre calante…) è nato questo “The Path of Totality”, decimo album in studio (dei quali quelli post-”Untouchables” sono decisamente trascurabili) della band di Jonathan Davis. Come suona? Esattamente come era lecito aspettarsi: le chitarre vengono nascoste dai wub bass e dalle ritmiche spezzate tipiche del brostep ma per il resto sono sempre i soliti Korn: che ad aiutarli sia l’ex From First to Last (…), i Noisia o Excision and Downlink il gioco è più o meno sempre quello. Un paio di tracce (singolo compreso), sicuramente paraculo ma perlomeno riuscite, non bastano a salvare un disco come “The Path of Totality”, estremo tentativo di una band che da una decina di anni non sapeva più da che parte sbattere la testa. Gli anni passano ma il target dei Korn rimane sempre quello: 12-20… (z.) Voto: 4/5
Black Keys - El Camino: il primissimo ricordo che ho dei Black Keys è una loro ospitata al Conan O’Brian per presentare il brano “10 A.M. Automatic”. All’epoca mi sembravano una sorta di White Stripes tutta al maschile, più talentuosa e innamorata di Hendrix. Da allora sono passati sette anni in cui la band di Dan Auerbach e Patrick Carney è riuscita a mantenersi, con una costanza invidiabile, su buoni livelli fino ad arrivare al definitivo successo di massa (in USA sopratutto) con “Brothers” dello scorso anno. Oggi i Black Keys sono letteralmente sul tetto del mondo e c’era il rischio di ritrovarli in una versione iper-annacquata. Ma i due di Akron non puntano di certo al mondo glitterato del music business e in questo “El Camino”… continuano il loro cammino senza cedere alle tentazioni (certo le canzoni risultano più quadtrate e accessibili rispetto agli esordi ma è questione di maturazione) e propongono il loro trascinante garage/blues-rock nel migliore dei modi. Pochissimi gli attimi di respiro (giusto la prima parte di “Little Black Submarines” e il suo ricordare melodie di classici anni ‘70) lungo i quaranta minuti di musica scarsi prodotti con l’aiuto di Danger Mouse. Con “Wasting Light” dei Foo Fighters, il miglior album di diretto rock senza fronzoli dell’anno. (z.) Voto: 7
Ultimo Attuale Corpo Sonoro - Io Ricordo Con Rabbia : due anni fa, ai tempi del debutto “Memorie e violenze di Sant’Isabella”, siamo stati tra i primi a parlare degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro. Un esordio fragoroso che trova il perfetto seguito in “Io Ricordo Con Rabbia”. Uscito per la Manzanilla, il secondo capitolo dei veronesi UACS, riparte da dove si erano fermati: più che sperimentare nuove soluzioni hanno affinato il loro stile scaricando nuovamente la propria rabbia viscerale e colta in testi che sanno di narrazione, di poesia (richiami ai Massimo Volume) e di lezioni di storia italiana e non (richiami agli Offlaga Disco Pax), recitati con una enfasi e teatralità difficili da trovare altrove (forse solo in alcuni spoken di Capovilla)… e poi c’è la musica, quell’ epic post-rock di scuola GY!BE che quando non viene relegato a semplice contorno è in grado di regalare forti emozioni, come nell’esplosione di “11 09 1973″. Grande conferma. (z.) Voto: 7
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L’isteria da fine dell’anno è ormai avviata: dopo avervi segnalato le classifiche di “Q”, “Uncut” e “Paste magazine” e poi quelle meno ‘ufficiali’ di “Mojo” e Stereogum, ne arrivano altre due: ovvero quelle del prestigiosissimo New York Magazine e quella imperdibile dello storico Rolling Stone. Molto snob e ricercata la prima, più capace di testimoniare i gusti effettivi dei consumatori di musica la seconda. Vediamole.
La top 10 del New York Magazine è un inno al mercato di nicchia e alla critica più feroce. In quinta posizione troviamo PJ Harvey, mentre la prima è occupata dal pop electro-dark degli Astra. Poche le melodie accattivanti, cupa l’atmosfera generale. Le cose non prendono una piega neanche lontanamente mainstream neppure in seconda posizione dove troviamo Colin Stetson con il suo “New History Warfare Vol. 2: Judges”: disco molto bello, ma decisamente ostico, in bilico tra jazz e avanguardia elettronica.
Tutt’altro spirito quello del Rolling Stone: cinquanta dischi con poche scelte scontate e molte interessanti. La top 10 di uno dei magazine musicali più famosi al mondo vede i Wilco in ottava posizione con il nuovo “The Whole Love”, “Born This Way” di Lady Gaga al sesto posto preceduta da Radiohead (in quinta) e Fleet Foxes (in quarta). Il podio è per un nome illustre del passato come Paul Simon, uno dei dischi più attesi - e contestati - come “Watch The Throne” di Kanye West e Jay-z, mentre in vetta troviamo Adele con il suo “21″. Sorpresi? Cosa ne pensate?

Ci siamo. Dicembre è arrivato e le classifiche di fine anno iniziano a fioccare. Da quelle del nostro Zago alle tre che vi avevamo segnalato prontamente in un post di pochi giorni fa (“Q”, “Uncut” e “Paste magazine”), cominciamo a farci un’idea di quali dischi ricorderemo tra le uscite di questo 2011. Oggi vi proponiamo due elenchi dei cinquanta migliori album dell’anno proclamati da “Mojo” e Stereogum.
L’autorevolissimo magazine Mojo piazza una cinquina che unisce vincitori annunciati e outsider. Se in quinta posizione troviamo il ritorno di Kate Bush con il suo prolisso (e un po’ ammorbante) “50 Words For Snow”, in quarta c’è Jonathan Wilson con “Gentle Spirit”: una vera e propria gemma folk (fidatevi di noi e correte a procurarvelo). Altro folk in terza posizione con l’osannato “Helplessness Blues” dei Fleet Foxes, mentre in vetta abbiamo rispettivamente i The Horrors con il cupo “Skying” e la pluripremiata PJ Harvey con l’ambiziosissimo “Let England Shake”.
Tutt’altro andazzo quello intrapreso dallo staff della webzine Stereogum. Qui PJ Harvey precipita in ottava posizione (staccando appena “Watch The Throne” di Jay-Z e Kanye West alla decima) e il podio è uno specchio efficace e intuibile di quanto i gusti reali di chi utilizza spesso il web siano distanti da critici e mainstream. Terzo posto per l’acclamato “Bon Iver, Bon Iver” di - indovinate un po’? - Bon Iver. Secondo in classifica “Take care”: il sorprendente mix di R&B, pop, hip-hop e elettronica di Drake e in vetta, a surclassare tutti, arriva “Father, Son, Holy Ghost”, il debutto a base di sporco e rumoroso pop anni ‘60 dei Girls. Come vi sembrano queste due chart? Cosa ne pensate?

“L’Amore è Una Cosa Semplice”, il nuovo album di Tiziano Ferro, debutta proprio oggi 28 novembre sul mercato discografico italiano. 14 tracce grazie alle quali rendersi conto di come gira la situazione musicale nel nostro bel paese che di difficoltà, soprattutto musicali, ne sta affrontando tante.
Non sono bastate una Pausini o un’Amoroso per risollevare le sorti di una tradizione sonora che nel passato portava alto il nostro nome nel mondo. Avevamo puntato allora tutto sul bravissimo Tiziano, l’unico che poteva svecchiare le note tricolori dandogli quindi non solo un tocco di gioventù ma anche di qualità, a dimostrazione del fatto che i ragazzi non sono unicamente superficie ed apparenza ma anche tanta profondità. E se in parte questo secondo punto riesce ad essere soddisfatto col first listen del nuovo disco, quello che invece viene a mancare, purtroppo, è proprio l’aspetto più moderno, quello del ritmo, quello dell’uptempo dal mood accattivante (perchè no, anche elettronico) pronto a schizzare ai piani alti delle classifiche e a migliorare l’umore di chi ascolta le radio ormai piene di canzoni melense.
Se nel passato l’artista osava di più proponendo sonorità più forti e all’avanguardia (vedi “Stop! Dimentica”), adesso incomincia a perdere colpi smarrendo la propria freschezza e risultando, come suggerisce il nostro Riccardo “Zago” Zagaglia, poco sorprendente. Invece di andare avanti si va “indietro” (forse ci aveva dato una piccola anticipazione col titolo di una sua vecchia hit)… ma questa in effetti è una condizione che l’Italia, in generale, conosce molto bene. Un vero peccato! Segue la recensione di “L’Amore è Una Cosa Semplice” (la parte in corsivo è la recensione di Alberto Graziola)
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Tiziano Ferro - L’Amore è Una Cosa Semplice: A tre anni di distanza dal clamoroso successo di “Alla Mia Età” (ultimo album in ordine di tempo a superare le 600.000 copie vendute in Italia), torna Tiziano Ferro con “L’Amore è Una Cosa Semplice”. Troviamo riuscita black music mellifua in “Hai delle Isole negli Occhi”, tradizione ed enfasi nella titletrack (dove iniziano ad emergere sensazioni di “già sentito”) e qualche pizzico di modernità per rimanere a passo con i tempi nel singolo “La Differenza tra Me e Te” e in “La Fine” scritta con Nesli (uno dei passaggi migliori del disco). Tiziano Ferro questa volta, contrariamente al “recente” passato, convince forse di più quando va a ripescare sonorità r&b (”Interludio: 10.000 scuse”), rispetto a quando ricerca a tutti i costi la canzone da cantare in coro (”Smeraldo”) o la ballad piena di sentimento (”L’Ultima Notte al Mondo”). Dopo sette tracce in cui Tiziano Ferro fa (bene, ma non meglio di altre volte) il Tiziano Ferro, arrivano l’iper obsoleta “Paura non Ho”, l’inutile bossanova di “TMV” e l’incravattato swing di “Quiero Vivir con Vos” a variare il tema. Se in “Ma so Proteggerti” ci sarebbe stato bene un duetto con Giorgia, nella conclusiva “Karma” arriva John Legend a dare il tocco internazionale. C’è chi parla di ulteriore maturazione, di punto d’arrivo e quant’altro… personalmente penso invece che “L’Amore è una Cosa Semplice” rappresenti un piccolo passo indietro all’interno di una carriera in crescita fino a ieri. Il Ferro del 2011, pur rimanendo un punto di riferimento all’interno del mainstream italiano, sembra ormai un cantante incanalato verso una direzione sempre più priva di sorprese. (z.) Voto: 5+
Kate Bush - 50 Words for Snow : torna Kate Bush con un disco inediti dopo il buon “Aerial” risalente ormai a sei anni fa. Sedetevi, anzi sdraiatevi e lasciate passare solo un filo di luce dalla finestra di camera. Bisogna essere privi di ogni tipo di stress, per “50 Words for Snow” ci vuole tempo, calma e pazienza. Sette brani che spaziano dai quasi sette minuti di “Among Angels” agli oltre tredici minuti di “Misty”. Presenti Andy Fairweather Low, Stephen Fry e Elton John (nel duetto di “Snowed In At Wheeler Street”). Destrutturazione del pop lungo ambienti dilatati: in un anno in cui le sue discepole si sono date battaglia a colpi di ottimi dischi, la maestra ci mette del suo e con grande coraggio alza ancora una volta il livello del concetto di art pop. L’unico album del 2011 a tema “invernale” che vale la pena acquistare. (z.) Voto: 7,5
Nickelback - Here and Now : I Nickelback passeranno alla storia… ma come uno dei più grandi bluff musicali di sempre. Sono anni e anni che continuano a vendere milioni di copie (soprattutto nel Nord America) con il loro pseudo-rock che alterna ballate ruffiane a riff potenti quanto banali, senza mai pagare dazio. Ma è risaputo che nel music business meritocrazia e giustizia non esistono. Se nel singolo di lancio, “When We Stand Together”, seppur nel modo più pacchiano possibile, troviamo una band per certi versi rinnovata, nel resto di “Here and Now” non si esce praticamente mai dai rodati stereotipi della band. Brani più tirati e iper-tamarri (”This Means War”, “Midnight Queen” o “Kiss It Goodbyw”) fanno da contorno al pop-rock melodico che ha fatto la fortuna della band canadese (”Lullaby”, “Trying Not To Love You” o “Don’t Ever Let It End”). Creatività ai minimi storici per l’ennesimo dozzinale album dei Nickelback. (z.) Voto: 4
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